Nell’impresa del Fluimucil le pause servono a innovare

Elena Zambon è stata premiata come imprenditrice "olivettiana". Guida un grande gruppo farmaceutico e spiega perché il benessere dei lavoratori va di pari passo con quello dell'impresa

Il 23 dicembre nei reparti della Zambon, a fianco delle macchine della produzione, c’erano anche dei violinisti. Il concerto di Natale è stato fatto all’interno della fabbrica, così come ogni evento che il gruppo farmaceutico e chimico (quello che tra i prodotti più famosi vanta il Fluimucil) organizza con i lavoratori. Gli appuntamenti "della comunità", così l’imprenditrice Elena Zambon chiama l’insieme dei suoi collaboratori siano ingegneri, impiegati o operai, durante l’anno sono diversi. Ci sono incontri con autori, ricercatori, personaggi dello sport e della cultura. E al termine di ognuno chi vuole, può fermarsi a discutere insieme di valori, visioni e sogni. Tempo tolto alla produttività? Forse. O forse no. «La strategia di un’impresa e i suoi valori sono due facce della stessa medaglia – spiega l’imprenditrice vicentina che ieri è stata ospite della Facoltà di Economia dell’UnInsubria di Varese -. Al centro della strategia della Zambon c’è la crescita delle persone, perché è questo che libera creatività e innovazione».

Le radici di questo modo di pensare l’impresa partono da lontano. «Mi sono messa a studiare la storia della mia azienda e quella di mio nonno, Gaetano Zambon – racconta Elena -. Nel suo modo di fare impresa c’era una filosofia. E i comportamenti che rendono oggi la nostra azienda un luogo dove si può lavorare con il sorriso sono la conseguenza di chi ha piantato dei germogli allora. Mi spiego: mio nonno diceva che bisogna curare la propria comunità, concentrarsi sul benessere dei lavoratori. L’impresa è qualcosa che mira al profitto ma ha anche la responsabilità di dare sicurezza e libertà a chi ci lavora. Aveva creato una libreria scientifica per chi voleva studiare e capire. Un insegnamento che ho ritrovato poi studiando la storia di Adriano Olivetti. Mi sono chiesta: come è possibile attualizzare quei valori che imprenditori del passato ci hanno tramandato?».

Responsabilità e attenzione ai lavoratori possono restare solo belle parole se non vengono messe in atto nella quotidianità. Ma cosa significa in concreto tutto questo? In un contesto come quello che stiamo vivendo un’impresa può permettersi di rinunciare al contenimento estremo dei costi e alla massimizzazione del profitto? Le aziende delocalizzano, migrano per cercare i salari più bassi o materie prime a basso costo. Con il caso Fiat si è affermata la logica "o alle nostre condizioni o ce ne andiamo altrove". I valori olivettiani nell’era della concorrenza globale sembrano cose d’altri tempi. Eppure una realtà come la multinazionale Zambon, premiata tra l’altro dalla Fondazione dedicata all’imprenditore di Ivrea, dimostra che si può funzionare lo stesso e che rinunciare a un giorno di produzione per fare un concerto in fabbrica paga allo stesso modo: «Le pause da noi non si cronometrano – continua l’imprenditrice – anzi cerchiamo di favorirle. L’interazione tra i lavoratori, le relazioni reali, danno buoni frutti. E abbiamo capito che dare fiducia ripaga. Il centenario dell’azienda è stata per me l’occasione per analizzare quello che è il nostro gruppo e capire tutto questo. Mi sono data appuntamento con gli altri soci e abbiamo sottoscritto una serie di impegni nei confronti dei nostri collaboratori. Ogni anno raduniamo tutti i nostri manager per discutere di questo e abbiamo creato anche un mini parlamento dove periodicamente ci si ritrova in sedici per trasformare i valori in azioni concrete da attuare. Siamo certi di avere costruito un’impresa che è fatta per durare». 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 gennaio 2011
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