Lo stato d’Israele non si fonda sulla shoah

E’ terminato al Maga il seminario dedicato al tema della memoria della Shoah, organizzato dalla rete di scuole di Busto Arsizio e della Valle Olona. Lo storico Georges Bensoussan, responsabile editoriale del Memorial di Parigi, ha affrontato il rapporto tra la nascita dello stato di Israele e la distruzione degli ebrei d’Europa

E’ terminato al Maga di Gallarate il seminario internazionale dedicato al tema della memoria della Shoah, organizzato dalla rete di scuole di Busto Arsizio e della Valle Olona. Lo storico Georges Bensoussan, responsabile editoriale del Memorial di Parigi, ha affrontato il rapporto tra la nascita dello stato di Israele e la distruzione degli ebrei d’Europa.
Il senso di colpa per la shoah, secondo lo storico, non c’entra nulla con la fondazione dello stato israeliano. «Sul piano morale – spiega Bensoussan – i sionisti provano un senso di sconfitta, perché nel 1939 fuori da Israele vivevano ben 17 milioni di ebrei, di cui 11 in Europa, 4 negli Usa e il resto nei paesi musulmani. Ebbene, ci sono molti testi di sionisti dell’epoca che avvertivano con chiarezza che il rapporto che gli ebrei avevano con l’Europa, sarebbe finito in un bagno di sangue».
Prima della seconda guerra mondiale, un ebreo su cinque viveva in Polonia. La presenza ebraica nel Vecchio Continente è così importante da rappresentare per il sionismo una vera e propria riserva demografica, ma dopo lo sterminio operato dai nazisti lo stesso Ben Gurion (era nato in Polonia, ndr), padre dello stato nascente, teme che l’Onu non legittimi la richiesta di riconoscimento perché non c’è più nessuno che possa trasferirsi in Israele. «Il riconoscimento – continua lo storico – avverrà nel 1948, bisogna però ricordare che la Società delle Nazioni già nel ’22 riconosce quella comunità, cioè vent’anni prima di Treblinka. Inoltre gli ebrei dello Yemen e quelli del Magreb arrivano ben prima della shoah, tanto che a Tel Aviv nel 1939 vivono già 200 mila persone».
L’ebraico non era mai morto, anche se, dopo la diaspora, non era più la lingua madre. Eppure sarà la lingua dei padri a fare da colonna vertebrale allo stato nascente. «Una lingua viva, un popolo vivo che esistevano prima dello sterminio» sottolinea Bensoussan.
L’accoglienza riservata nella terra dei padri ai sopravvissuti alla shoah, per lo più giovani e giovanissimi,  è tiepida. Una storia già accaduta in altri paesi: nessuno ha voglia di ascoltare  quei racconti di orrore e morte, lo Stato prima dei problemi psichici deve risolvere quelli pratici. «Tra gli ebrei che vivevano già in Israele il senso di colpa esiste – precisa Bensoussan – perché gli anni che vanno dal ’43 al ’45 in Palestina sono anni di pace, felicità e serenità, l’esatto contrario per i loro fratelli europei che morivano a Treblinka e negli altri campi di sterminio. Senso di colpa che poi trasformeranno in aggressività».
I sopravvissuti a loro volta si vergognano, non si sentono degli eroi, semmai dei fortunati. Le generazioni invecchiano e quelli che un tempo erano giovani arrivati in Israele per ricominciare senza una famiglia, senza un passato, azzerato dalle camere a gas e dai forni crematori, incominciano a parlare.  «I padri per non farsi capire dai figli – racconta Bensoussan – parlavano in yiddish e per indicare l’Europa dicevano “laggiù”, ovvero un posto terribile».
Nel 1953 nasce lo Yad Vascem, memoriale ufficiale di Israele dedicato alle vittime dello sterminio, e nel 1961 si celebra il processo Eichmann, gerarca nazista tra i maggiori responsabili dello sterminio ebraico. La Norimberga della shoah viene trasmessa in diretta radio in ogni angolo del paese: l’orrore quotidiano e il naufragio dell’umanità non erano mai stati raccontati da nessuno e così diventano la leva determinante per far emergere i ricordi dei sopravvissuti.
La memoria dello sterminio viene sempre di più condivisa, tanto che negli ultimi 20 anni sono oltre 300 mila i liceali israeliani andati in visita ad Auschwitz e nella giornata della shoah e  dell’eroismo (Yom ha-shoah) tutto il paese si ferma.
«C’è un eccesso di memoria che è pericoloso perché non tutti i nemici sono nazisti – conclude lo storico francese – . E mentre gli israeliani ogni giorno si svegliano con l’ossessione dell’Iran, dimenticano che le radici del loro Stato affondano nel sionismo che è come il Risorgimento per l’Italia».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 18 aprile 2012
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