Istanbul attraverso l’obiettivo di un daveriese

Il racconto della città vista con gli occhi del fotografo varesino: tra i mille minareti e il sapore occidentale da cui è stata invasa negli anni

Daniele Morenghi, nato e cresciuto in provincia di Varese, ora vive e studia a Bologna. Fotografo che unisce la passione per l’arte al piacere di viaggiare per scoprire nuovi mondi e diverse culture, Daniele è l’autore di progetti in cui, attraverso la sua macchina fotografica, riesce a cogliere le tradizioni che accomunano una società con i particolari che rendono ciascuna persona unica, sondando luoghi e sguardi inesplorati. Seguendo percezioni improvvise, suggerite dalle persone incrociate per strada, fissa e imprime nella memoria dettagli nascosti del quotidiano, che sono in grado di restituire tratti importanti e significativi del Paese che vuole raccontare. Abilissimo nell’utilizzo di un obiettivo capace di cogliere contrasti e differenze che cambiano di intensità, importanza e connotazione col mutare delle coordinate geografiche e sociali, l’artista vuole rappresentare la realtà dal suo interno, attraverso gli occhi di chi la vive. Le persone, fonti inesauribili di diversità e ricchezza, sono infatti l’oggetto privilegiato del suo lavoro.

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Negli scatti qui proposti Daniele si trovava a Istanbul, la città più grande della Turchia.  Capitale della Cristianità con il nome di Costantinopoli e trasformata poi  nel centro del mondo Islamico, Istanbul è ora il simbolo del secolarismo nel Medio Oriente, seppur piena di contraddizioni e complessità irrisolte. Fin dal primo sguardo, emerge infatti che si tratta di una realtà sospesa tra due poli: quello secolare e moderno, derivato dalle leggi, e quello islamico e tradizionale, insito nella cultura e interiorizzato a modo proprio da ciascuno turco. Persino la geografia testimonia una continua ambivalenza: la città si divide tra una sponda asiatica ed una europea, rappresentando il punto di unione e scambio tra Oriente e Occidente. Si cala quindi nel mezzo, mescolando stili e tendenze e diventando perciò argomento continuo di riflessione e fonte inesauribile di scatti fotografici.

Arrivando a Istanbul, il viaggiatore è fin da subito assalito dal paesaggio inimitabile dei battelli sul Bosforo, dei mille minareti, dalla frenesia della metropoli, dall’energia pulsante degli innumerevoli caffè, grandi alberghi e istituzioni, dalle terrazze festose che sembrano non spegnersi mai, giorno e notte, e da una musica di sottofondo che scandisce i ritmi cittadini: la chiamata del muezzin alle cinque preghiere quotidiane.

 

Istanbul è una città che da tempo segna con orgoglio i suoi confini e afferma con orgoglio la sua identità, ma nello stesso tempo accoglie persone e luoghi diversissimi.

Sebbene parlare di religione in Turchia significhi parlare di Islam, Istanbul ospita la maggior parte degli ebrei e cristiani turchi. Le foto scattate sono infatti testimonianza non solo delle grandi moschee, luoghi di comunione per chi professa la fede islamica, ma anche dello storico quartiere ebraico di Balat, dove sono presenti ben tre sinagoghe, e di quello greco di Fener, dove si trova il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che è una delle cinque sedi principali della chiesa cristiana, la secondo dopo Roma.  Il fotografo constata perciò che le parti illustri e più note della città assediano quelle più anonime e malandate, capaci invece di mettere in scena fatti domestici, di piazza e di mercato degni di attenzione.

Aldilà delle minoranze religiose, a Istanbul si ha subito e sempre la sensazione che due mondi contrastanti si tengano misteriosamente stretti. Emerge il dualismo tra diverse condizioni sociali ed economiche, differenti convinzioni ed ambizioni, che tuttavia sono in quotidiano contatto tra di loro; così come le donne con il velo e quelle senza velo non rappresentano due gruppi isolati, ma sono invece in continua interazione. E’ interessante notare come tali contraddizioni emergano anche dagli scatti alle donne velate, che testimoniano un’interpretazione personale e mai univoca della questione del velo. Per alcune simbolo di tradizione, da altre utilizzato in virtù della sua capacità di marcare le differenze e di assicurare un posto sicuro nella tradizione, mantenendo le distanze dal cambiamento. Tra le donne che portano il velo, a Istanbul si possono così incontrare sia quelle a viso scoperto con foulard coloratissimi, che lasciano intravedere persino i capelli, sia coloro che indossano una tunica nera integrale, che lascia scoperti solo gli occhi, nascondendo qualsiasi altra parte del corpo.

 

La città ha certamente assunto tratti occidentali, ma li ha fatti propri, senza mai dimenticare le proprie origini. E’ senza dubbio una città dove impera il secolarismo, ma è dappertutto impregnata di religione. E’ una metropoli pulsante e dai ritmi frenetici, dove però gli abitanti sembrano non avere mai fretta. Istanbul è insomma l’immagine di un mondo non racchiudibile in schemi netti, che sfugge a qualsiasi tentativo di determinismo. Per questo accende inesorabilmente il desiderio del fotografo di trovare immagini inedite, che non rientrano mai in una perfetta e nitida raffigurazione. La si deve rincorrere e riconfigurare in continuazione. Per questo, la selezione di foto qui proposta contiene scattati effettuati in due momenti diversi, uno nel gennaio 2012 e uno nel dicembre 2012.

Istanbul incanta e trasporta lontano, creando un senso di avventura per la sua scoperta.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 maggio 2013
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