Un covo terroristico e un pericoloso estremista
Essid Sami Ben Khemais viveva da alcuni mesi in un appartamento preso in affitto da un parente con altri connazionali
|
Essid Sami Ben Khemais, l’uomo sospettato di essere un terrorista al soldo del criminale internazionale Osama Ben Laden, viveva da qualche mese nell’appartamento al secondo piano di via Dubini 3. Un condominio di proprietà di una signora gallaratese, a due passi dall’ospedale S.Antonio Abate. Era stato un parente stretto di Ben Khemais, Imad Jammali, a prendere il trilocale in affitto circa un anno fa. Da allora per l’appartamento erano passate diverse persone. Un via vai testimoniato dai vicini di casa, diffidenti verso il flusso continuo di persone sconosciute. All’incirca sette mesi fa Imad Jammali lasciava la casa. Ben Khemais diventava in pratica il padrone dell’alloggio, anche se la cassetta delle lettere rimaneva intestata a Jammali, e si incaricava personalmente di versare l’affitto. Al momento dell’arresto, mercoledì all’alba, intorno alle 6, erano circa una decina i tunisini presenti nel locale. La Digos entrava, notificava gli ordini di arresto, portava via tutti gli inquilini, e perquisiva il trilocale. L’appartamento é modesto. Un corridoio, un bagno, cucina, una stanza da notte e un’altra stanza utilizzata sia come riposo notturno che come luogo di preghiera. "Vedevamo sempre uno di loro uscire all’una di pomeriggio con un borsone – dicono i vicini – e poi sempre facce diverse, ma non parlavamo mai con loro. Ci dicevamo solo buongiorno e buonasera". Solo buongiorno e buonasera. E non c’era forse altro da dire. I tunisini non erano perfettamente a posto con i permessi di soggiorno. Secondo la testimonianza di un ocupante della casa, uno faceva il muratore in nero in un cantiere di Busto gestito da un italiano. Due si occupavano di vendere vestiti. Un quarto era appena giunto dal tradizionale pellegrinaggio a La Mecca. Essid Sami Ben Khemais aveva invece appena costituito una cooperativa di servizi con sede a Legnano. Secondo le indagini condotte dagli investigatori era la sua presenza in Italia ad inquietare i servizi segreti di mezza Europa. Una rete terroristica legata al partito salafita e finanziata dal miliardario Osama Ben Laden. Ma nulla a che vedere con la vicenda dell’ambasciata americana chiusa in gennaio, precisano dalla Procura di Busto Arsizio. In realtà il partito salafita preparava un attentato a Strasburgo, nel cuore dell’Unione Europea. Perché, e che cos’é il Partito Salafita? Un gruppo nato da una costola massimalista del Gia, la guerriglia integralista algerina, contrario però al negoziato con gli occidentali, orientato al concetto di guerra totale all’Occidente e per questo legato a doppio filo con Ben Laden. Con un fronte di contatti che travalicano il concetto di nazione in senso stretto per unire in una sola fratellanza armata islamica elementi algerici, tunisini, passando per l’Asia centrale e quindi la Cecenia. Non é un caso quindi che alcune delle videocassette sequestrate contenessero immagini di torture ai danni dei soldati musulmani del paese caucasico. Veri e propri corsi di ideologia e indottrinamento alla battaglia. Gallarate era la base logistica più importante in Italia di un’organizzazione che stava compiendo il salto di qualità soprattutto in Francia e Germania e che in quei paesi faceva girare armi ed esplosivo, mentre nel Nord Italia passava materiale documentario di varia natura ora al vaglio degli inquirenti. E in Germania, in contemporanea con quanto avveniva in Italia, venivano operati due arresti, uno a Francoforte e uno a Monaco. Ma il grosso del lavoro la polizia federale l’aveva già compiuto mesi fa, mettendo le manette ad altri cinque elementi. Di tutto questo la Procura di Busto Arsizio e il pm Giuseppe Battarino che ha coordinato l’indagine, erano perfettamente al corrente. L’allarme era quindi scattato da mesi e l’indagine di questi giorni non sbocciava all’improvviso. Ben Khemais e suoi erano tenuti d’occhio. A Gallarate non avevano ancora avuto nessun contatto con la comunità islamica e nordafricana ma l’idea che si sono fatti gli investigatori é che stessero provando ad infiltrarsi per portarla su posizioni estremiste e fare proseliti. I condomini ricordano una perquisizione avvenuta in autunno. La casa veniva rivoltata come un calzino ma evidentemente risultava tutto in ordine. Ieri mattina il secondo blitz. Davanti al palazzo di via Dubini rimangono ora le automobili dei tunisini, la Golf bianca di Ben Khemais, la Fiat Tipo grigia di un altro coinquilino. Nel palazzo abitano un altro signore arabo che sta traslocando e un pakistano. Solo conoscenti dei tunisini, nessun altro particolare che li accomuni. Nelle patrie galere invece sono finite cinque persone. Quattro di loro erano proprio quelle che gli investigatori cercavano. Ed erano tutti insieme, nella stessa casa. |
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
GianPix su Il varesino Marco Iemmi ha vinto il Premio Internazionale "Il Poeta dell'Anno"
Rocco Cordi su "Grazie Giorgio per quel nostro pezzo di strada percorso insieme"
Bustocco-71 su Lavori in autostrada A8 a Gallarate, per otto mesi carreggiata per Milano ridotta a due corsie
Simone su Lavori in autostrada A8 a Gallarate, per otto mesi carreggiata per Milano ridotta a due corsie
Stefania Radman su Apre il cantiere stradale in via Carcano a Varese che rivoluzionerà la viabilità di Biumo
GrandeFratello su Apre il cantiere stradale in via Carcano a Varese che rivoluzionerà la viabilità di Biumo






Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.