| L’Università ricomincia in questi giorni il suo lavoro. Vi riproponiamo la lunga intervista realizzata da Varesenews nel febbraio 2001 con il rettore dell’Insubria Renzo Dionigi.
Professor Dionigi la sensazione è che l’Università dell’Insubria sia poco radicata in città, rispetto a Como, e che le istituzioni varesine si facciano sentire poco «Bisogna fare una premessa. Questa sperimentazione, cioè di un’università bipolare con due sedi, Como e Varese, è stata una scelta politica. Como voleva la sua università, Varese anche. Quindi ci è stata imposta politicamente, perché Como non era in grado di partire autonomamente, in quanto c’era stata la scissione in città del Politecnico con le due facoltà della Statale. Si è optato, dunque, per un’ università bipolare. Questo assetto ha una sua logica. Quando il ministro Berlinguer me ne parlò, io risposi che andava benissimo. Se i professori universitari utilizzano l’intelligenza che dovrebbero avere si puo’ avere uno sviluppo notevole. D’altronde negli Stati Uniti funziona così. Finora devo riconoscere che sono più le difficoltà che non gli aspetti positivi. La componente comasca sente maggiormente l’aspetto campanilistico esistente tra le due città. Pensate che la maggior parte dei docenti di Como sono comaschi, mentre la maggior parte dei docenti varesini, non sono della città. Io vengo da Milano, Cherubino da Pisa e così tanti altri vengono da fuori. Invece i conduttori della vicenda universitaria comasca sentono così emotivamente questo aspetto, che, alla fine, lo rendono campanilistico. Ciò non deve intendersi come una colpa».
E come deve intendersi? «Questo aspetto non facilita la crescita. Per definizione universitas significa universalità, antitesi del provincialismo. Io ai miei presidi dico sempre che, se vogliono far crescere le loro facoltà, devono portare a Varese il meglio che c’è in Italia. Bisogna evitare le facoltà borboniche, si possono fare, la legge lo consente, ma non funzionano. Di professori ordinari varesini nella facoltà di medicina ce ne sono due su sessanta, Nidoli e Armocida. A scienze non ce ne sono. Se voi andate all’università di Pavia, ad esempio, i docenti pavesi si contano sulle dita di una mano. Noi crediamo più nell’università come istituzione, che non nelle vicende locali, che tendono a provincializzare. Essendo anche piccoli e, per ora, ancora poco competitivi, dobbiamo imporci con la qualità, senza pensare ai grandi numeri. Gli studenti devono venire da noi perché c’è un’offerta formativa di qualità: "vado all’Università delI’Insubria perché imparo una cosa che in altre università non trovo. Questo dobbiamo sentirci dire»
Qual è il rapporto con la città?
Che cosa vuol dire?
Di chi era allora l’ostilità di cui parlava?
Dopo la fase d’indifferenza…
Lei viene da un’esperienza chirurgica e forse qualche dissidio con l’Ospedale di Circolo poteva esserci. Ma perché questo atteggiamento anche con Biologia ed Economia? «Anche per loro ci fu una fase di ostilità e indifferenza e adesso invece c’è un coinvolgimento. Le altre due facoltà, dopo medicina, sono nate con le loro forze. A livello cittadino non c’è stato nessuno che ha detto: do una mano ad economia ad andare avanti. Biologia è nata grazie aglio sforzi dei professori Lanzavecchia e Vavassori, che hanno portato esperienza e soldi da Milano. C’è pero’ un’eccezione indiscutibile, l’istituzione che ha dato di più e che ha fatto qualcosa di concreto per l’Università è stata la Provincia di Varese. Ha dato la cascina agricola, il terreno di Bizzozzero, ha creato le premesse per la realizzazione di un campus, ha dato tutto l’edificio dove attualmente ha sede l’Università dell’Insubria .La Provincia indiscutibilmente per merito di Ferrario. Francamente non riesco nemmeno a capirne il motivo politico, anzi penso che lui abbia creduto semplicemente nell’importanza dell’istituzione dell’Università, questa è la ragione».
leggi gli altri due capitoli dell’intervista
C’è chi ha aiutato e chi no. I rapporti con le realtà associative
Il futuro: nuovi diplomi di laurea, nuovi corsi e nuove strutture
«Si è passati all’istituzione dell’università con le tre facoltà e quando la bandiera è cominciata a sventolare è iniziata anche la processione delle persone che venivano a dare la loro disponibilità. Insomma si era svegliato il mondo intero. Improvvisamente quelli che erano nemici adesso sono qui a chiedere :’ cosa posso fare per l’università?’ Tutto questo va visto in chiave positiva e, forse, fa parte del carattere di questa città. Incominciano ad esserci le prime donazioni, il comitato per le celebrazioni funziona, le personalità di spicco si riuniscono con maggior frequenza. Lo spirito è cambiato e forse c’è un po’ più di rispetto nei nostri confronti. Perché c’è stata una fase in cui è venuto a mancare anche quello. Insomma, una sensazione di emarginazione».«Della città. Varese era indifferente e ostile perché non aveva una cultura universitaria e certo non abbiamo la pretesa di portarla noi, perché ci vogliono generazioni. Devono passarne almeno tre. E non basta che si sviluppi dal punto di vista didattico, dovrà svilupparsi anche dal punto di vista dell’accogliena, della residenza universitaria. Noi abbiamo degli studenti che continuano ad abitare nelle proprie case. L’80 per cento sono varesini, quindi parliamo di un’università distrettuale. L’importazione delle intelligenze da fuori è modestissima, e questo è un aspetto negativo, perché quelle che vengono da fuori solitamente sono le intelligenze migliori. Potremo aumentare il numero delle forze esterne, solo se miglioreremo le residenze universitarie. E se le istituzioni non ci danno una mano alla realizzazione di residenze e di collegi, per poter alloggiare gli studenti che vengono dall’estero, sarà ben difficile realizzare una città universitaria come possono essere Siena, Pisa, Modena e Pavia . Queste sono città universitarie perché hanno i collegi, dove vengono accolti decorosamente gli studenti e non solo per dormire, ma anche per fare cultura, per discutere tra loro. Collegi dove il rettore sia un professore universitario e non un prete, a meno che sia anch’egli un professore universitario. E’ in questo modo la città acquista l’attributo di universitaria».«C’è stato un periodo in cui la città era indifferente, il messaggio era di questo tenore: se volete fare l’università fatela, pero’ nessun aiuto. Abbiamo dovuto andare avanti noi, prendendo contatti con gli altri accademici, con gli altri rettori, con gli uffici ministeriali, discutere con tutti gli interlocutori. Fino a che dalla fase d’indifferenza si è passati alla istituzione dell’università. L’atto istitutivo dell’università è nato in un clima d’indifferenza generale».«A Varese l’università è partita con grande difficoltà, che vanno con il tempo lentamente diminuendo. Questa città ha mostrato tutta la sua ostilità all’istituzione dell’università. Quindici o venti anni fa, nessuno la voleva. Non la volevano perché la prima facoltà, quella trainante, era medicina, facoltà che veniva a turbare alcuni equilibri cittadini, per essere più precisi: veniva a turbare alcuni equilibri di mercato. La facoltà di medicina porta alcune professionalità che si scontrano con le professionalità esistenti, con tutte le conseguenze immaginabili. Per cui è stato difficile proporsi come professori universitari, che venivamo qui per far nascere un progetto universitario. Io sono arrivato dal 1987, "coi letti", come si dice in gergo, per operare. Con l’insegnamento c’ero arrivato un anno prima, nel 1986. Ero stato mandato qui dall’università di Pavia con alcune ambizioni già chiare. Io venivo a Varese con un progetto: una facoltà medica indipendente, come poi è avvenuto nei fatti. Dopo questo primo passaggio, ci siamo resi conto che, per sopravvivere, bisognava avere un’università autonoma. Quando dico ci siamo dati da fare, non intendo solo noi. Ci sono delle forze storiche pregresse che hanno voluto l’università, erano in pochi ma c’erano. Dalla fase di ostilità si è passati poi ad una fase d’indifferenza». |
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