“Care compagne Ds…”

Lettera aperta da una militante della Quercia

Riceviamo e pubblichiamo

Care compagne, oggi dobbiamo decidere se e come rinnovare un patto tra noi un patto che ci dia maggiore potere e forza all’interno del partito e una maggiore credibilità come donne DS nella società.. Anche se tra noi non siamo uguali , ognuna con una propria sensibilità e un modo diverso d’interpretare la politica dobbiamo trovare l’unità in vista di una finalità comune, contribuire assieme ad altre ad integrare la cultura maschile che ancora predomina in Italia con il nostro punto di vista.. Una rivoluzione culturale insomma che automaticamenti ci consentirebbe di ottenere nella società pari dignità nell’accesso agli incarichi che definiscono i processi decisionali e le questioni economiche. Noi donne che facciamo politica, in particolare noi della sinistra siamo talmente rare da essere viste dalle altre donne "normali" un pò come marziane. I metodi politici che si vedono nelle organizzazioni di partito, anche nel nostro sono astratti, assurdi, per una sensibilita’ femminile, il linguaggio che si adopera per lo più incomprensibile, retaggio di una politica praticata dagli uomini, molto prima che alle donne fosse riconosciuta pari dignità ed il diritto al voto. Così molte preferiscono il silenzio, il sottrarsi alla logica del piu’ forte, una specie di resistenza passiva che non permette di partecipare a qualunque cosa possa mettere in evidenza ed esporre, un velo psicologico insomma, non meno limitante di quello reale delle musulmane. Ancora oggi nel nostro Partito c’è un divario enorme , tra la responsabilità delle coordinatrici dei gruppi femminili e i loro poteri, non neghiamocelo se non ci omologhiamo al modo maschile di vivere la politica, se non ci lasciamo strumentalizzare siamo delle Cenerentole, senza mezzi economici per sostenere le nostre idee. Eppure le donne partecipano in larga misura al finanziamento del Partito lavorando alle Feste dell’Unità e mobilitandosi durante le campagne elettorali, ad esempio nelle ultime, a Roma, Napoli e Torino interi comitati a sostegno di candidature sono vissuti grazie alle donne, è anche la loro passione che ci ha permesso di vincere in questi capoluoghi. E non è un caso che la crisi della rappresentanza femminile coincida con la vittoria delle destre, siamo al minimo storico, solo 9,5% di elette in Parlamento, è il termometro di istituzioni bloccate, di una politica miope, conservatrice, incapace di investire sulle vere innovazioni. E’ vero: per le diessine non è stato così, fra senatrici e deputate siamo al 21%, ma avevamo regole (50% nel proporzionale), regole che abbiamo voluto, regole che abbiamo difeso, regole che, in più di una regione, si è tentato di ignorare.. Ma per la partecipazione delle donne alla vita pubblica le regole dei partiti sulle candidature non bastano, va riformato l’art.51. della Costituzione per consentire un’accesso paritario di genere alle liste elettorali, vanno presidiate le nuove regole sulla parità da applicare agli Statuti Regionali., vanno promosse iniziative culturali di informazione e sostegno alla rappresentanza delle donne nella politica e nelle istituzioni . La nostra è l’unica rivoluzione entrata a testa alta nel nuovo secolo, molte sono state le nostre conquiste (il diritto al lavoro, il voto, l’uguaglianza legislativa, diritto a una maternità consapevole, maggiore libertà sessuale ecc.) ma almeno per quanto riguarda l’Italia il ciclo non è concluso, ormai siamo a un punto di non ritorno o riusciamo a riscattarci e conquistare nella società il posto che ci compete o sarà inevitabile un ritorno ai ruoli del passato .Di questo il nostro Partrito deve essere consapevole, la questione femminile deve assumere al nostro interno un ruolo prioritario, solo così potremo entrare nella modernità, mettere in moto quel circuito tra politica e società civile che rende forte, radicale e vincente il riformismo. Le donne che lavorano, che hanno autonomia economica, che partecipano, che si informano, che studiano, sono una leva di innovazione culturale, di nuovi traguardi di civiltà per tutti e una formidabile risorsa per la sinistra. E’ ancora grande il divario fra quanto le donne danno e quanto ricevono, troppo pesante il carico di lavoro sulle nostre spalle, fra i più alti in Europa, la quotidianità difficile da vivere porta allo sgretolamento delle famiglie, genera il disagio giovanile. La difficoltà del rapporto tra lavoro e cura è dovuta ad una organizzazione sociale che contrappone pubblico e privato, desiderio di realizzazione personale e maternità; un modello di produzione ancora plasmato sulla figura del lavoratore maschio capofamiglia, così come la strutturazione ancora attuale del welfare che consente all ‘uomo generalmentedi maturare una pensione completa, alla donna a causa della discontinuità, invisibilità e precarietà del suo lavoro per lo più solo la pensione minima quando non è del tutto a carico.. E’ un modo di gestire lo stato sociale a mio avviso ingiusto, che non tiene in considerazione il lavoro di cura svolto gratuitamente tra le mura domestiche. Le donne, in particolare le giovani conoscono i loro talenti, si formano, studiano, si diplomano e laureano più dei loro coetanei,. ma anche quando sono ricche di competenze e determinazione, magari con costi personali elevatissimi, penso alla maternità, faticano a essere riconosciute pienamente per le loro qualità. E’ il sintomo di una società ancora bloccata, in cui la selezione avviene poco per merito e regole trasparenti e troppo per trasmissione di clientele, consuetudini, ceto sociale, consorterie, caste. Non siamo un paese moderno, siamo un popolo poco alfabetizzato, la nostra borghesia è tra le più retrive e ignoranti d’Europa, (vedi fenomeno Lega) e l’ignoranza di massa genera violenza di massa, violenza applicata dal più forte verso il più debole, le donne, i bambini,gli omosessuali, i barboni,gli zingari, gli immigrati. La donne vittime di soprusi domestici non hanno quasi mai modo di difendersi o sottrarsi , perchè donna è generalmente il soggetto economicamente più debole all’interno della famiglia, talvolta non in grado di provvedere da sola al proprio mantenimento e a quello dei figli, o perchè l’esempio materno, l’educazione, il timore del giudizio altrui inducono a subire, a pazientare. Il fatto che molte donne non si rendano conto della violenza del sistema nei lororo confronti , non significa che tutto ciò non esista, ma solo che c’è grande assuefazione e che mancano loro gli strumenti per capire e per ribellarsi, la stessa assuefazione che ci porta a passare per strade con donne in schiavitu’ senza sapere fare o dire nulla. Ma in questi anni si sta anche affermando la ricerca di una dimensione più umana della vita un ritmo del tempo meno frenetico, un rapporto più amichevole con la natura, il bisogno di estendere a tutti i diritti sociali e umani, e questo è dovuto in gran parte alla lotta per l’emancipazione delle donne, dalla progressiva affermazione del loro punto di vista più attento ad una migliore qualità della vita.. Il modello di produzione attuale offre a molti opportunità di sviluppo e di crescita, ma al contempo genera tremende diseguaglianzea a causa degli stili di vita sempre più basati sul consumo e per lo sfruttamento delle risorse anche umane dei paesi del terzo mondo da parte dei paesi più industrializzati, inoltre non è un modello estendibile a tutti a causa dell’alto tasso di inquinamento che ne deriverebbe, già ora abbiamo superato la soglia del livello di guardia. A questo stato di cose noi donne Ds non possiamo fare da spettatrici inerti, in quanto consapevoli abbiamo l’obbligo morale di batterci per una politica che metta a frutto nuove energie traducendole in conquiste sempre più avanzate di democrazia legislativa e istituzionale portatrice di nuovi diritti e libertà, per regole di equo mercato tra il nord e il sud del mondo, per uno sviluppo ecologicamente sostenibile e per grandi riforme in senso democratico delle istituzioni internazionali a partire dall’Onu.. Governare la globalizzazione, batterci per la redistribuzione della giustizia sociale, contro gli armamenti e per l’affermazione dell’universalità dei diritti comporta in noi la consapevolezza che le donne nel mondo sono le più povere, sfruttate, analfabete. Battersi per i diritti civili e umani delle donne nel mondo, o delle immigrate nel nostro paese, significa difendere assieme alla loro anche la nostra dignità, la libertà che ogni essere umano deve avere di decidere del proprio destino. Adriana Scanferla- DS Gallarate 

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Pubblicato il 06 Settembre 2001
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