Colacem, la tbc fa saltare i nervi
Caravate – Il caso di tubercolosi verificatosi alla cementeria ha creato tensione tra la rsu e l'azienda
Il caso di tubercolosi, verificatosi nelle settimane scorse alla cementeria Colacem di Caravate e che ha coinvolto un lavoratore di una ditta appaltatrice esterna, rischia di innescare un duro scontro tra la rappresentanza sindacale e l’azienda.
Da una parte c’è infatti la rsu, che si è sentita scavalcata e tenuta all’oscuro nella gestione del caso; dall’altra la direzione dell’azienda, che sostiene invece di aver attuato tutte le procedure sanitarie richieste in queste situazioni.
«L’impressione che abbiamo avuto – dice Lionello Albanese, della rsu – è che la direzione abbia voluto gestire il caso senza dargli la giusta importanza e tenere all’oscuro i lavoratori. È chiaro che non avendo investito del caso la rsu, che è il tramite con i lavoratori, si è creato allarmismo. Noi abbiamo saputo della situazione la settimana scorsa, quando il ragazzo era già ricoverato e in cura presso un ospedale della zona. La direzione ha fatto tutto in proprio e la sensazione che abbiamo noi è che non si rispetti chi rappresenta i lavoratori».
«Noi abbiamo assoluto rispetto per la tutela della salute dei lavoratori – replica l’ingegner Carlo Manzoni, direttore tecnico della Colacem – non c’è nulla che puo’ essere messo al di sopra di questo valore. Abbiamo attuato tutte le procedure che la normativa sanitaria richiede. Quando la direzione della ditta esterna, a cui apparteneva il lavoratore contagiato, ci ha dato comunicazione del caso, noi abbiamo allertato l’asl. Sul posto è intervenuto un operatore sanitario per eseguire un sopralluogo e determinare la linea da seguire. Subito dopo l’intervento dell’operatore, ho avvertito anche la rsu. Non ho avuto nessun comportamento omertoso, come invece sostengono i rappresentanti sindacali».
Tra le richieste della rappresentanza sindacale vi è anche quella di estendere il test della tubercolina a tutti i dipendenti della Colacem, compresi quelli del servizio mensa e delle ditte esterne. La polemica su questo punto riguarda però i tempi e i modi proposti dalla direzione tecnica. «Riteniamo che quelli proposti dall’azienda – afferma Rosanna Lozia, della rsu – non abbiano consentito di effettuare il test a chi voleva tranquillizzarsi. La direzione ha infatti comunicato che poteva fare il test chi ne avesse fatto richiesta. Sì, ma quando e come, e soprattutto a chi doveva essere fatta questa richiesta, non è affatto chiaro. Questa situazione indefinita ha generato allarme».
«Sulla questione dei test – conclude Manzoni – abbiamo seguito le linee indicate dall’asl. Nei casi di tubercolosi l’operatore sanitario effettua i controlli allargando sempre di più il cerchio, iniziando dai famigliari e da coloro che sono a più stretto contatto con il malato. Dopo il sopralluogo dell’asl ci è stato detto che chi voleva fare il test poteva farlo, riferito però a chi lavorava nella stessa area, ma che era cosa inutile farlo fare a tutti. In Europa la tubercolosi e stata debellata da tempo, non è endemica. Io ho dato la mia più ampia disponibilità all’autorità sanitaria e comunque chi vorrà fare il test sarà libero di farlo, non sarà certo l’azienda ad impedirlo. Noi abbiamo già avvertito il medico di fabbrica, che fa periodicamente i controlli in azienda, il quale si metterà in contatto con gli operatori sanitari dell’asl e fra un paio di giorni faranno insieme il punto della situazione. Da parte nostra, in accordo con l’azienda sanitaria locale, chiederemo alle ditte esterne di ottemperare alle regole sanitarie, compresi i test ai loro lavoratori, se necessario».
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