I ragazzi dell’Ipsia Ponti contro la scuola colabrodo

Protestano perché vogliono la ristrutturazione dell'edificio scolastico. Continua l'autogestione degli studenti iniziata martedì

Terzo giorno di autogestione all’Ipsia Ponti, tra scale imbrattate, ascensori bloccati, calcinacci cadenti, cavi elettrici lasciati pendere dal soffitto. Come la vogliamo chiamare una scuola in queste condizioni, una vergogna? E sia, ma non prima di ricordare che la Provincia sta per mettere mano al vecchio edificio del 1909 per ristrutturare e mettere a norma. Solo qualche giorno fa un intoppo nella procedura di appalto ha causato lo slittamento dell’inizio dei lavori, che dovrebbero comunque partire ad aprile. Tanto è bastato ai ragazzi per decidere l’autogestione.

Daniele Sunda, 18 anni, e Andrea Gennari, 21 anni, ci guidano tra i corridoi dell’istituto, mentre i ragazzi nelle classi studiano, ripassano, giocano a carte, ascoltano musica: fanno un po’ di tutto, ma senza eccessi. C’è un’aula disegno, una per gli striscioni, una per il giornalino, una per i dibattiti e due aule per chi vuole recuperare lezioni perse. C’è anche il banco informazioni. Cosa offre oggi il programma? «Il dibattito alla 106, musica alla 200, giornalino alle 104…». 
Daniele Sunda parla della sua scuola: «Questo edificio è un reperto storico, non è da buttare via però le condizioni ora sono pietose. Noi non vogliamo essere lo scarto della città solo perché siamo di una scuola tecnica; mio nonno mi racconta che un tempo era un vanto andare a scuola al Ponti, perché da qui passavano tutte le più importanti maestranze delle nostre industrie». Orgoglio di classe? Chissà, di certo la volontà di non essere considerati come ragazzi di serie B. Anche gli studenti dell’Ipsia vogliono dimostrare di saper condurre un’autogestione partecipata, unici, finora, a Gallarate. «Fate vedere anche quello che i vostri compagni scrivono sui muri» urla un professore dalla scala. «Sì è vero, anche noi abbiamo contribuito a sporcare, ma non è solo questo: abbiamo un ascensore bloccato, soffitti che si staccano, cavi elettrici a vista, interruttori aperti».

Antonio Dente, tecnico di laboratorio, parla lentamente: «Avrei preferito una manifestazione piuttosto che interrompere le lezioni, ma in questa protesta ci sono delle ragioni». Intorno a lui i computer, che ci sono e funzionano bene. C’è un timido servizio d’ordine, si vede qualche professore. Il preside, Luigi Zanotta, sorride dietro la sua cattedra. «Dopo quasi quarant’anni in questo ambiente ho imparato che la scuola non è fatta solo di muri ma soprattutto di insegnati bravi e di attrezzature efficienti. Non drammatizzerei la situazione, anche noi vogliamo che i muri vengano puliti e che tutto sia messo a norma, ma questo tra qualche mese accadrà. Per dirla con una formula un po’ brutale: meglio una scuola disastrata con gente in gamba che una scuola perfetta con dei deficienti». Ma il giudizio del preside sull’autogestione non è severo. «Sono stati bravi, non hanno creato problemi, e non è un male che le cose nascano anche da proposte degli studenti». Adesso per l’Ipsia arriva però un biennio di fuoco. I lavori inizieranno (previsti per 400 giorni) e si svolgeranno in contemporanea con le lezioni. «Una volta a posto questa scuola sarà un gioiello – spiega Zanotta –  guardi che muri, alti, spaziosi, in estate l’aria circola e in inverno c’è una nuova caldaia molto efficiente, anche se l’impianto, a dir la verità, non è adeguato e ogni tanto si blocca». 

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Pubblicato il 07 Febbraio 2002
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