Bagno di folla per D’Alema alle Ville Ponti

Lavoro, sanità, scuola e Europa. L’ex premier entusiasma il popolo varesino

Un vero e proprio bagno di folla per Massimo D’Alema alle Ville Ponti, ultima tappa di un’intensa giornata varesina. Oltre mille persone, infatti, hanno raggiunto la Sala Napoleonica, per ascoltare l’ex premier. Non c’erano solo i boiardi di partito, ma moltissima gente comune che aveva voglia di esserci, stipati ovunque, per ascoltare qualcosa di sinistra e di centrosinistra. Un leader è un leader e D’Alema non ha deluso, parlando a braccio per più di un’ora. «Questa manifestazione è il segno che abbiamo sbagliato sala », ha esordito con  ironia. «C’è un risveglio del paese. La manifestazione di Roma con quella folla di cui non si scorgeva il confine è la prova che c’è una voglia di esserci e anche di una preoccupazione per la deriva avventurosa che questo governo vuole prendere. La democrazia è un sentimento, una possibilità e la gente era in piazza per ribadirlo. Il governo deve fare i conti con quell’Italia lì».

Piglia di petto la nuova emergenza dopo l’omicidio Biagi e   l’atteggiamento tenuto dalla maggioranza che avrebbe usato il terrorismo nel teatrino della politica. «Noi abbiamo conosciuto, combattuto e vinto il terrorismo con una comunanza di valori, resistendo insieme. Non si utilizza il terrorismo per chiedere un consenso al proprio governo, il terrorismo è nemico di tutti gli italiani. Io ero presidente del consiglio quando D’Antona è stato ammazzato e non ho mandato in giro una livida cassetta per dire: sostenete il mio governo». Ricorda le parole in libertà pronunciate e «il parlare a vanvera da ubriaco di qualche ministro» e affronta il nodo dell’articolo 18. «Noi abbiamo introdotto moltissime strumenti per la flessibilità, ma il problema non si risolve alla radice abolendo l’articolo 18. Se così avvenisse ogni lavoratore sarebbe più debole sul posto di lavoro, meno libero. Altro che flessibilità, sarebbe costretto a lavorare a capo chino. Una vera politica del lavoro dovrebbe fare una seria riforma degli ammortizzatori sociali e prevedere la creazione di liste per la formazione professionale permanente. Ma il governo continua a parlare di flessibilità e non di investimenti perché i soldi li ha già distribuiti ai ceti privilegiati».

D’Alema non agita spauracchi per la democrazia, che resta un fatto assodato se scendono in piazza due milioni e mezzo di persone, come già aveva affermato a Firenze. «Questo governo è un disastro per il paese e l’opposizione deve denunciare le cose che fanno. Questo governo non ha sinora mantenuto nessuna delle promesse fatte in campagna elettorale, anzi ha aumentato la pressione fiscale e ha reintrodotto i ticket sanitari. Investono meno nella sanità per distribuire soldi alle cliniche private. Hanno aperto conflitti su ogni fronte: nella magistratura, nella scuola, nel lavoro, sulle pensioni favorendo gli interessi di una oligarchia». «Berlusconi governa la maggioranza come se fosse la sua azienda. Fa tristezza vedere rappresentanti del popolo italiano ridotti così. Anche Bossi è un uomo meno libero rispetto al ‘94».

Il gioco delle analisi della sconfitta non lo ha mai entusiasmato, ma l’ex premier affronta anche quel capitolo, sottolineando che le tante riforme fatte dai governi del centrosinistra, dalle pensioni al lavoro, dalla diminuzione della pressione fiscale fino all’entrata in Europa sono state vincenti, ma non hanno scatenato la passione della gente perché «era un riformismo calato dall’alto». Oggi D’Alema guarda anche «ai ceti medi riflessivi, quelli che hanno votato questo governo, quelli della partita iva, perché rappresentano la spina dorsale del paese». Rivendica il primato del principio sulla strategia , quando affronta il nodo della Bicamerale, e ricorda che le riforme costituzionali vanno fatte in parlamento, coinvolgendo tutte le forze, e che nel progetto di legge sul conflitto d’interessi spettava alla Corte Costituzionale decidere sulla ineleggibilità e non alla maggioranza, vera anomalia in un sistema maggioritario. Non dimentica i problemi politici della minoranza: Ds, l’Ulivo e la Margherita. «Il nostro partito è guidato con concretezza e capacità. L’ulivo è il perno di un complesso sistema di alleanze, che in passato ha attirato la forze moderate sulla base di una politica coraggiosa e responsabile. La nascita della Margherita è un processo positivo, non bisogna guardare solo ai problemi, perché qualsiasi passo avanti è sempre faticoso. Nel ’94 dopo la sconfitta dicevano che la sinistra non esisteva più, nel ’96 hanno detto altrettanto della destra. Ora, più che stare a guardare alle colpe, bisogna approfittare di essere all’opposizione e costruire per vincere il prossimo appuntamento elettorale. Noi siamo in cammino». 

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Pubblicato il 25 Marzo 2002
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