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Duemila laureati per tre diversi indirizzi, Economia (1882), Giurisprudenza (9) e Ingegneria gestionale (127). Gli iscritti sono passati dai 300 del 1991 ai 2800 di oggi. Un record nazionale per la più alta percentuale di studenti che hanno frequentato almeno un semestre di studi all’estero. Ma il vero orgoglio dell’Università Cattaneo non è solo una questione di numeri, ma anche di qualità. E un argomento centrale è quello che riguarda il problema dell’abbandono scolastico.
Paolo Lamberti (nella foto a destra), nella sua relazione introduttiva non ha avuto mezzi termini. "Il fenomeno dell’abbandono prematuro deve essere affrontato con altri sistemi, da noi adottati del resto fin dall’inizio della nostra esperienza: un buon rapporto numerico tra allievi e docenti; una successione degli esami ben ragionata; il tutoraggio; una biblioteca all’avanguardia; condizioni logistiche adeguate". Tutto questo comunque rispettando le caratteristiche specifiche per cui nacque la Liuc. "Abbiamo ritenuto di mantenere fede ai nostri asset rinunciando a fare esercizi di fantasia per inventare proposte didattiche finalizzate solo a catturare studenti, facendo leva sull’emotività della scelta, e prestando invece tutta la nostra attenzione al miglioramento qualitativo dei tre corsi presenti nel progetto originario del nostro Ateneo". L’Università Cattaneo guarda in modo primario all’apertura verso il territorio e lo fa progettando i propri percorsi di studio "con le rappresentanze del mondo imprenditoriale, delle libere professioni e della pubblica amministrazione"; utilizzando "docenti provenienti dalle imprese"; attraverso stage in azienda o in studi professionali; testimonianze dirette rese da esponenti del mondo imprenditoriali e da ultimo attraverso uno specifico "Placement per orientare i laureati e aiutarli nella ricerca dell’occupazione". Paolo Lamberti ha chiuso la sua relazione richiamando il ruolo dell’Università che deve "essere quello di produrre cultura. Nel nostro caso, in particolare, cultura di impresa, ancorché sia difficile per non dire impossibile scindere un particolare ramo del sapere dalla cultura in senso lato".
Il rettore Gianfranco Rebora ha aperto la sua relazione proprio ripartendo dal ruolo culturale dell’università. "Se la produzione di ricchezza e di valore sono sempre più dipendenti dal capitale intellettuale, se la società stessa e l’economia sono sempre più imperniate sulla conoscenza, l’Università diviene una risorsa centrale. Ma per svolgere realmente questo ruolo deve almeno aggiornare ai tempi nuovi la propria missione storica di creare e trasmettere il sapere". Rebora ha poi parlato del profilo degli studenti, della riforma dei percorsi didattici, della ricerca e della formazione permanente, dei criteri di valutazione dedicando poi la parte finale del suo discorso all’università imprenditoriale. Questa "non è soltanto autonoma: è i grado di gestire in modo attivo la sua autonomia e di fare innovazione. È orientata ad assumersi rischi, a gestire il cambiamento al suo interno e nei rapporti con l’ambiente, ad adattarsi con flessibilità alle condizioni che mutano. È capace di attivare e generare risorse nuove per realizzare i suoi progetti didattici e di ricerca. Non si tratta solo di una suggestione, perché Università di questo tipo esistono e si stanno diffondendo in Europa".
La cerimonia si è chiusa con un lungo ed entusiasmante intervento del professor Rodolfo Zich del Politecnico di Torino che ha parlato di "Università e impresa: una partnership per il futuro". L’esperienza torinese è stato il centro dell’intervento dell’ex rettore di cui daremo maggiori dettagli in un prossimo articolo. Una mattinata densa e rivolta più al futuro che non alle proprie lodi per quanto fin qui fatto. Un futuro fatto anche di nuove strutture di cui l’Università ha bisogno. Ma soprattutto un futuro che guarda al territorio, alle sue esigenze e che vuole contribuire con tutto il sapere che nelle aule dell’ateneo di Castellanza passa.
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