«Gli extracomunitari? Puoi farli lavorare quanto vuoi»

Presentato dall'Anolf il primo studio in provincia che individua svantaggi e vantaggi nell'impiego di manodopera extracomunitaria

Legge Bossi-Fini, integrazione, badanti, regolarizzazione. Il lessico in tema di lavoro e immigrazione è abbondante ed è ormai entrato a far parte del linguaggio comune. Nulla o poco, però, si conosce delle reali esperienze di imprenditori che hanno assunto lavoratori stranieri e delle problematiche che si sono trovati ad affrontare. L’Anolf-Cisl di Varese, in collaborazione con Confesercenti, Api, Uniascom e Associazione Artigiani, ha dato vita ad un progetto per l’orientamento e la formazione professionale per immigrati, che parte proprio dall’esperienza concreta di un gruppo di 17 imprenditori, che operano nell’industria e nel terzario privato. Lo studio, che è anche il primo nella nostra provincia, è stato condotto con delle interviste di gruppo, curate da Federica Lattuada ed Elisabetta Casanova. L’obiettivo finale è quello di focalizzare una serie di vantaggi e svantaggi connessi all’utilizzo di manodopera extracomunitaria, analizzarne le difficoltà, raccogliere proposte di miglioramento e rilevare atteggiamenti e comportamenti degli stessi lavoratori.
(foto sopra: Elisabetta Casanova, Sergio Moia)

Una cosa è certa: gli immigrati vengono in Italia per lavorare, anche a condizioni peggiori rispetto agli italiani e sopportando carichi di lavoro mediamente più pesanti. “Dove li metti, stanno”, “ Se devono finire un lavoro lo finiscono, si fermano anche dopo le 18”, “puoi farli lavorare quanto vuoi”, sono alcune delle risposte date dagli imprenditori intervistati. Tra i vantaggi, dunque, emergono la disponibilità, la flessibilità,  l’accettazione di ruoli e mansioni (l’80 per cento viene impiegato in mansioni di basso livello) il maggior adattamento a questi, il tutto a fronte di un livello culturale medio-alto. Molti lavoratori extracomunitari sono operai-laureati.

Tra gli svantaggi o elementi negativi ci sono la cattiva conoscenza della lingua italiana (anche se per le mansioni che svolgono un livello minimo è più che sufficiente), i tempi della burocrazia (i lavoratori perdono giornate intere per andare in questura e uffici vari), la difficoltà a reperire stranieri in regola, l’investimento in formazione che spesso viene vanificato dal ritorno nella terra di origine appena “hanno un po’ di denaro che gli permetta di costruire qualcosa”, l’autoprolungamento delle ferie (qualcuno parte in vacanza e ritorna fuori tempo massimo perché non conosce le regole), problemi sanitari e differenti comportamenti (si fermano a pregare, specialmente i musulmani), immagine sociale. Gli extracomunitari arrivano generalmente grazie al passaparola di lavoratori stranieri già presenti in azienda, ai rapporti di parentela e un’esperienza in Italia è per gli imprenditori già una forte garanzia sia in termini di professionalità che di integrazione con la nostra cultura.
«L’obiettivo nostro – spiega Sergio  Moia, della segreteria provinciale della Cisl – era individuare gli elementi preclusivi e i fattori di successo nell’impiego della mandopera extracomunitaria. Ci sono state delle difficoltà, da parte delle associazioni di categoria, a raccogliere intorno a un tavolo degli imprenditori. Comunque  sono riusciti a riunire il numero minimo per poter svolgere gli incontri. Sarebbe interessante verificare se la stessa difficoltà  si riscontra per altre iniziative simili o se è il tema della ricerca a far da deterrente. Il dopo ricerca ci vedrà impegnati in collaborazione con i centri di formazione e con l’assessorato provinciale del Lavoro nello sviluppo di corsi di orientamento professionale».


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Pubblicato il 10 Dicembre 2002
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