La Lega riparte da Varese e dalle tradizioni

Varese - Riuscita la fiaccolata e la manifestazione per la devolution. Presenti Bossi e tutto lo stato maggiore

La Lega voleva far sentire la sua presenza di massa sul territorio e ci è riuscita. Una grande manifestazione iniziata con una fiaccolata per la devoluzione per le vie di Varese e terminata con il comizio di Bossi al Politeama.
Europa, girotondi, giustizia, politiche di governo. Ce n’è stato per tutti i gusti con una parata di big che non ha visto sostanziali defezioni. Hanno preso la parola uno dopo l’altro Reguzzoni, Speroni, Peruzzotti e Maroni. Sul palco, dietro due tavolini, tutti i parlamentari del Carroccio eletti in provincia. In platea i sindaci, il presidente della Provincia, il direttore generale dell’Asl, esponenti di spicco come Massimo Ferrario e Giuseppe Bonomi. Insomma la Lega al gran completo.

In un clima di grande attesa, poco prima delle ventidue è arrivato Bossi. Accolto da un tripudio festante ha subito fatto capire che era in forma e che Lega è più viva che mai.
Tutta la platea in piedi, dapprima in religioso silenzio e poi a cantare “Va pensiero”. Un clima raccolto, di condivisione forte, preparato per far vibrare le corde emotive dei militanti accorsi a festeggiare una vittoria elettorale che ancora non era stata del tutto assaporata. E Bossi non ha deluso il suo popolo. Si è speso con la solita foga oratoria lanciandosi in un discorso a braccio di oltre un’ora. Abilissimo a fermare l’ostilità e l’intolleranza dei militanti quando, durante il suo discorso, un giovane di Germignaga lo ha interrotto esibendo la bandiera della pace e lanciando volantini contro la guerra in Iraq. «Io sono leghista, – ci aveva raccontato sulla porta del cinema mentre si aspettava di entrare, – non ho mai fatto manifestazioni per la pace, ma stavolta non si può star zitti. È una guerra inutile e pericolosa e nel Governo solo Bossi può fermarla». Il leader del Carroccio non ha speso invece tante parole, ha bloccato l’ira della sua gente, ma ha solo detto che “siamo tutti per la pace”.
Bossi ha osannato i suoi luogotenenti. Li ha presentati a uno ad uno lodandone le azioni soprattutto di Governo. Ha usato parole d’affetto per il suo braccio destro Maroni scaldando la platea con racconti ormai “epici” dei lontani anni ’80. E poi dopo aver conquistato l’attenzione del “suo popolo” si è lanciato in un lungo ragionamento a cavallo tra la politica, antropologia e la cultura. Un discorso a suo modo profondo, anche se con passaggi molto discutibili. Il Bossi pensiero ha avuto diversi cicli in questi anni. E forse ha ragione Maroni quando dice che “lui ha il potere comunque di stupire anche chi gli è vicino e lo conosce bene”.
Il senatur aveva abbozzato varie volte quanto affrontato più compiutamente ieri sera. La serata conclusiva, nel teatro, della campagna elettorale per le amministrative, aveva parlato degli stessi temi, ma in modo frammentario, solo propagandistico e con frasi ad effetto, solo slogan. Ieri sera era invece in grande forma, rilassato e sicuro di sentirsi in sintonia con la sua gente.
«Stiamo uscendo da un periodo iconoclastico iniziato nel ’68. Un momento in cui si distrussero tutte le regole. Oggi invece stiamo recuperando le tradizioni e la vera libertà». Il centro del discorso di Bossi è stato tutto imperniato sull’importanza della famiglia e della tradizione. La devoluzione, secondo Bossi, altro non è che il recupero di questi valori. Allora ecco che nel suo discorso recupera tutta la polemica verso i periodi rivoluzionari come la Francia napoleonica, il ’68. Ma ne ha anche per l’altra faccia della medaglia, per chi credeva che il liberismo avrebbe risolto tutto, per chi è più attaccato all’immagine che alla realtà. Con un argomentare a dir poco contraddittorio se l’è poi presa con la televisione, colpevole di molti mali, ma ha poi chiesto che una rete sia dedicata al nord. In questo disegno ha poi affrontato le ragioni dello stare a Roma e nel Governo. «Questo è il primo Governo della Repubblica che non fa affari. E grazie alla Lega che non occupa le poltrone per il potere. Adesso dobbiamo fare le riforme e la devoluzione è il primo passo. Noi abbiamo chiaro quello che bisogna fare e lo abbiamo dimostrato con l’immigrazione. Nessuna sanatoria, ma solo un percorso di regolarizzazione che vale finché ci sono le condizioni, poi ognuno a casa sua». Un discorso lungo e articolato con punte di polemica forte con gli avversari politici, ma sempre attento a dar forza ai propri argomenti più che ad usare la propaganda contro gli altri. In questo Bossi si è mostrato forte e sicuro di arrivare ai risultati che aveva promesso al “suo popolo”.
Non ha affrontato le questioni spinose della Giustizia, della guerra, dei rapporti con gli alleati.
È molto probabile un cambio di strategia nella testa del senatur. Un bisogno di tornare tra la sua gente per non perdere qual forte appeal che la Lega aveva conquistato come forza di opposizione. Bossi vuole tentare ancora di cavalcare i malcontenti locali con una posizione doppia, movimentista sui territori locali e politica-istituzionale a Roma. È indubbio che il radicamento in ogni posto di potere ha fatto perdere quel carattere originale della prima Lega, ma Bossi sta scommettendo per farlo rivivere. Oggi, a differenza di ieri, però, non bastano gli slogan. Non si può in modo disinvolto entrare e uscire da accordi politici. Forse, a differenza di ieri, l’elettorato sa capire se si è in presenza di buone amministrazioni e se il governo concede quanto promesso per lo sviluppo dei territori. E su questo Bossi ieri sera ha taciuto preferendo un discorso più “ideologico”, ma che non può nascondere le difficoltà che oggi Varese vive “malgrado” le sue amministrazioni a guida leghista.

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Pubblicato il 08 Febbraio 2003
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