«Io palestinese, così aiutai i fratelli americani»

Di fronte alla crisi internazionale ci si prepara a ogni evenienza. Hamdam Hazem racconta le ore dell'emergenza in aeroporto l'11 settembre 2001

Il mondo cambiò l’11 settembre 2001. Ma i sentimenti umani rimasero invariati. Poche ore dopo l’attacco alle torri gemelle, decine di passeggeri americani si rivolsero alla farmacia dell’aeroporto, per procurarsi medicinali. Impossibilitati a tornare in patria, trovarono davanti a loro un medico palestinese.
«Eravamo fratelli in quel momento, anche loro profughi, come sono stato io. Mi sembrava di dare aiuto ai miei connazionali, dispersi per il mondo». Hamdan Hazem, 43 anni, è il direttore della farmacia dell’aeroporto, una società che comprende anche il piccolo comune di Ferno. Pochi giorni dopo, inviò una lettera alla Sea. «Abbiamo messo a disposizione il nostro fax per le emergenze mediche – recitava il testo della missiva – vorremmo un incontro per trovare insieme delle soluzioni». «Non mi hanno mai chiamato – lamenta Hamdan – così la farmacia è rimasta un meeting point per tutti gli americani. Ci inviavano i nomi dei medicinali da somministrare ai pazienti». Nel retrobottega, ci sono ancora i fax spediti in quei giorni: Ha ricevuto le medicine per il signor James Bailey? scriveva un albergo milanese. Poche ore dopo, arrivava il fax dal consolato Usa con le ricette e le dosi.
«Io so che cosa significa essere profugo – continua – e in quel momento mi sono trovato di fronte persone che avevano la necessità di un appoggio. Mi ha fatto male vederli. So che cosa significa la guerra. Sono arrivato in Italia dopo il conflitto dei sei giorni, nel 1967, e capisco cosa vuol dire vedere i tuoi fratelli che non hanno il latte. Ho studiato in Italia, a Milano, e oggi ho la doppia nazionalità. Insegno ai miei figli che devono essere ottimisti, non fermarsi davanti ai problemi. Credo che il terrorismo metta di mezzo gli innocenti. Sia noi arabi, che gli occidentali. Per questo, quel giorno, mi sentivo uguale agli americani, come un malato che ha provato la stessa malattia».
La prossima guerra all’Iraq lo preoccupa: «Mi chiedo quale sia la nostra preparazione in casi di attentato a Malpensa. Non c’è una vera unità di crisi. Vorrei che imparassimo da quello che è successo l’11 settembre». Sul camice ha due spille: l’ordine dei farmacisti italiano e la mezzaluna rossa dei farmacisti palestinesi: «Vedo spesso uomini d’affari arabi che passano da qui. Ma sono soprattutto i piloti ad avermi colpito. Prima i sauditi avevano ogni porta spalancata, erano il centro del mondo, oggi sono frustrati, si sentono nell’occhio del ciclone».

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Pubblicato il 05 Marzo 2003
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