L’arte di gestire le relazioni: dal privato al sociale

Intervista con Daniele Novara, direttore del CPPP e della rivista "Conflitti" che sarà presentata a Varese il 23 maggio alla Silvio Pellico

«Occorre fare subito chiarezza: il conflitto è un concetto ben preciso che non ha niente a che vedere con la guerra. In altri paesi la questione è chiara: in America, ad esempio, conflict e war, o conflict e violence sono due cose assolutamente distinte, non come qui». Daniele Novara, direttore del CPPP, Centro psicopedagogico per la pace e per la gestione dei conflitti, è categorico. Deve spiegare concetti per forza di cose non facili e che si prestano ad immediati travisamenti. L’occasione per parlarne, di queste e di altre questioni, sarà la serata di venerdì 23 maggio presso la scuola Silvio Pellico, in un incontro promosso dal centro e dall’Anep, Associazione nazionale degli educatori professionali. Il titolo dell’incontro pubblico sarà "Star bene nei conflitti. Istruzioni per una sana gestione dei conflitti fra le persone e i gruppi". Nel corso della serata sarà  presentata, ad un pubblico vasto e non solo, ci si augura, di addetti ai lavori, il terzo numero della rivista "Conflitti", pubblicazione psicopedagogica, diretta dallo stesso Novara: una rivista rigorosa, nei temi, così come nella veste grafica che unisce un alto profilo scientifico ad una agevole leggibilità. 

Novara, cos’è e cosa fa esattamente il CPPP?
«Il centro psicopedagogico per la pace e per la gestione dei conflitti è una realtà, unica a livello nazionale e forse europea, che si occupa di formazione di operatori in grado di proporsi come mediatori di conflitti tra le persone, ai livelli più diversi nei quali è possibile riscontrare conflittualità».

È quindi un laboratorio rivolto alle scuole?
Non solo. Anzi in questo preciso momento, direi che non sono tanto le scuole il fronte su cui lavoriamo di più. Certo, il centro storicamente nasce come luogo di formazione per gli operatori scolastici. Ma da qualche anno il nostro interesse e le richieste di lavoro che ci vengono rivolte, toccano piuttosto color che lavorano nei comuni, gli operatori sociali, oppure gli operatori di sportello; ma ci rivolgiamo anche agli addetti ai conflitti internazionali, così come ai cosiddetti "mediatori tra pari". In sostanza il nostro scopo è formare del personale capace di intervenire con specifiche tecniche operative nei diversi luoghi o momenti di un conflitto».

La parola conflitto evoca immediatamente cose drammatiche, enormi. Cosa intendete voi per conflitto?
«Conflitto non è quello che la traduzione mediatica ci vuole imporre. Lessicalmente ha un significato ben preciso. Forse solo da noi in Italia, il calderone semantico con cui, la stampa in testa, tende a impoverire i concetti, ha effettivamente generato confusione. Non così in altre lingue, dove il concetto di conflitto è ben distinto da guerra o violenza. Il conflitto è un luogo relazionale, è l’area della relazione per eccellenza, del confronto. In questo senso è antitetico alla guerra che è l’area del danno irreversibile e della violenza che è la negazione del conflitto, concretizzata nell’eliminazione dell’avversario». 

Su quali principi si basa il vostro metodo formativo? 
Sul metodo maieutico: sull’idea che il soggetto sappia come risolvere il conflitto, abbia in sé le risorse adatte ma che vada aiutato a trovare queste capacità nascoste. Ed è un metodo che in questo senso noi rivolgiamo agli adulti, non solo ad addetti di settore, ma anche al genitore, ad esempio; e ci rivolgiamo anche ai bambini. Parte dell’attività del Centro è rivolta specificamente ai piccoli. Tra le nostre proposte didattiche  vi sono una mostra interattiva "Conflitti, litigi e altre rotture", itinerante, adesso acquistata dal Canto Ticino e lo spettacolo teatrale "Anna è furiosa", liberamente tratto dall’omonimo libro di Christine Nostlinger, un progetto che vuole aiutare i bambini e le bambine dai 5 ai 10 anni ad affrontare meglio i loro conflitti e litigi, ad elaborare la propria rabbia».

Sembra un tema di una vastità difficile da sintetizzare
In effetti è una tematica che ha delle implicazioni enormi, che in Italia probabilmente non sono state ancora appieno intese. Il nostro ambito si può sintetizzare così: noi interveniamo tra un’idea di società basata sul concetto di "grande famiglia" intesa come luogo buono, in pace, in cui i conflitti sono ipocritamente taciuti e dall’altra parte una società che ha invece una litigiosità endemica, diffusa ad ogni livello. In entrambi casi riteniamo ci sia un presupposto sbagliato. La prima situazione annulla, non vede il conflitto perché lo teme, non rendendosi conto che il conflitto non è necessariamente negativo, ma appunto il luogo del confronto, essenziale in pgni rapporto. La seconda situazione è quella che tende ad esasperare ogni scontro, senza avere i necessari strumenti per risolverlo».

Come si trasferisce questo ambito dal privato, dalla casa e dalla famiglia, ad un ambito più vasto come quello sociale?
«Basta pensare al problema giustizia. La giustizia è inceppata spesso, da una microconflittualità che non riesce a risolversi se non intasando l’ambito giudiziario. La strada, secondo noi, è un’altra. È formare operatori che possano intervenire con la mediazione prima che si arrivi al giudice. Pensiamo solo agli Stati Uniti. Ormai molti avvocati stanno convertendo la propri attività in mediatori sociali. in California la mediazione familiare è oggi divenuta addirittura obbligatoria per legge; in Europa, in molti stati, recenti riforme consentono al giudice di designare, con il consenso delle parti, un terzo mediatore al fine di pervenire ad un accordo autonomo tra le stesse. Noi, ad esempio, stiamo lavorando molto con i vigili urbani: anche loro possono diventare soggetti utili nella mediazione sociale. L’idea è quella di arrivare sempre di più ad una giustizia interna tra le parti, invece di rigettare tutto a quella esterna».
 
Vi occupate anche di formare personale politico?
«La domanda è banale. La politica è già di per sé luogo della mediazione. È già luogo delle regole e chi fa politica sa che c’è una conflittualità perenne, implicita ma che si avvale proprio per questo di regole ben precise. Il problema tuttavia può esistere: e oggi lo si vede bene nell’attuale situazione politica italiana, in cui qualcuno deliberatamente cerca di scardinare quelle regole, per i propri interessi personali e gioca deliberatamente al di là di regole riconosciute». 

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Pubblicato il 14 Maggio 2003
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