«Cina, non discutiamo solo di dazi ma anche di diritti»

L'intervento del segretario della Cisl Ticino Olona, Luigi Mafezzoli

riceviamo e pubblichiamo

Libertà di mercato od un ritorno al protezionismo? Nelle ultime settimane si è riaperto il dibattito. Si sono succeduti gli interventi, alcuni rozzi che non meritano interesse, altri, come quello di Giorgio Merletti, con argomentazioni serie che si possono o meno condividere, ma che in ogni caso fanno riflettere. Sul banco degli imputati è in particolare la Cina, paese che sta attraversando un miracolo economico, con un tasso di sviluppo che per noi è un ricordo lontano, invadendo coi suoi prodotti i mercati, occidentali e non solo. I numeri sono eloquenti: dopo l’abolizione delle quote dell’accordo Multifibre e la sua entrata nel WTO, le importazioni dalla Cina negli USA sono aumentate del 290% e nell’Unione Europea del 164%. Una crescita che è a scapito, oltre che delle produzioni occidentali, anche di quelle di altri paesi in via di sviluppo. Il sindacato tessile mondiale FITTHC prevede una perdita di un milione di posti di lavoro in Bangladesh nei prossimi mesi a causa della concorrenza cinese.

Di fronte a questa situazione sicuramente allarmante, la discussione si sta divaricando tra due posizioni estreme. C’è chi invoca nuove forme di protezione dei nostri prodotti e nuove barriere doganali, per fronteggiare quella che si considera una concorrenza sleale, mentre altri tifano per la liberalizzazione, mettendo l’accento sulle potenzialità dell’immenso mercato cinese e ricordando, non a torto, che l’Italia è un paese esportatore. Tra queste posizioni, da anni, il sindacato ne propone una sua che sostiene che la globalizzazione dei mercati deve marciare parallelamente a quella dei diritti umani, civili e sociali. In vista del vertice di Cancun la CISL Internazionale (ICFTU), il più grande raggruppamento sindacale del mondo a cui aderiscono anche CGIL CISL e UIL italiane, aveva chiesto, purtroppo senza trovare ascolto, che le trattative riguardassero anche gli standard minimi sociali. Il sindacato tessile internazionale da tempo propone un "trattamento preferenziale" per i paesi più poveri che accettano "clausole sociali" che riguardino l’abolizione progressiva del lavoro infantile e la libertà sindacale in base alle convenzioni OIL. Ma sia USA che UE, seppure in forme diverse, propongono una riduzione dei dazi progressiva e proporzionale, fino alla totale abolizione (posizione americana). In tal modo nessuna formula preferenziale sarà possibile.

La Cina non à soltanto un campione dello sviluppo, ma lo è anche per la violazione dei diritti umani e sociali. Il sindacato indipendente subisce una durissima repressione, molti sindacalisti sono in galera e i lavoratori vengono pesantemente sfruttati per 1,20 dollari al giorno, questo nonostante le economie di scala e livelli di produttività non certo da terzo mondo. Questi argomenti erano noti anche quando si decise di far entrare la Cina nel WTO, eppure in quell’occasione l’Europa e l’America appoggiarono unanimemente la candidatura del paese asiatico, nonostante le denunce del sindacato mondiale ed, in Italia, della CISL. Non c’è da stupirsi se si considera che molte imprese dei paesi occidentali sono tra quelle che più beneficiano del basso costo del lavoro e dell’assenza di diritti sociali in molti nazioni. Molte multinazionali stanno lasciando paesi come il Bangladesh, la Turchia o lo Sri Lanka per approdare in Cina. Quando, un po’ di tempo fa, la Regione Lombardia organizzò in quel paese un incontro con le nostre imprese, tra queste anche alcune varesine, la CISL scrisse al Presidente Formigoni per ricordare l’assenza di diritti umani e sindacali. Questo non fermò la spedizione né provocò rimorsi nelle aziende che fecero affari. Il problema, ovviamente, non riguarda solo la Cina. Esistono ancora imprese, anche italiane, che investono in Birmania, forse il paese che più calpesta i diritti umani nel mondo. Attualmente, in tutto il globo, 43 milioni di lavoratori lavorano in 3000 zone franche speciali, in mano alle multinazionali americane ed europee, fino a 16 ore al giorno, a volte rinchiusi a chiave e costretti all’ingestione di anfetamine . In queste zone la presenza del sindacato è formalmente vietata, anche in paesi considerati democratici come le Filippine e il Messico.

L’argomento meriterebbe, naturalmente, ben altro spazio. Ma queste poche note credo siano sufficienti per evidenziare che, di fronte alla realtà della globalizzazione, non ci si può limitare a discutere solo di dazi, da aumentare o togliere. Il problema di far rientrare nei trattati commerciali anche le convenzioni OIL, la possibilità di favorire rapporti bilaterali con paesi che si impegnino per il miglioramento delle condizioni sociali, la tracciabilità dei prodotti, la reciprocità, una più adeguata informazione ai consumatori, i codici di condotta per le imprese transazionali, sono tutti temi non più eludibili per una più equa apertura dei mercati e una crescita del benessere non solo a vantaggio di pochi.

Luigi Maffezzoli
Segretario Cisl Ticino Olona

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Pubblicato il 16 Settembre 2003
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