Quando il Campo dei Fiori era al centro dell’Europa

Il turismo e la sua mitologia nel Varesotto, oggi e cent'anni fa

Tra i termini più abusati di questo tempo, vocazione è sicuramente tra i primi posti nella lista: una parola che apre finestre sul futuro, ma in qualche modo affranca dalla realtà. Sarà, avverrà, ma non è ancora. 
Altrettanto abusata, qui da noi, è una certa declinazione della parola: turistica. Da tempo nessuno che voglia dire qualcosa in qualsiasi contesto non può fare a meno di scandirlo: Varese e la sua vocazione turistica. 

Che il turismo possa essere una risorsa, anche per Varese, è fuori dubbio. Come lo si voglia definire, congressuale, d’affari, culturale, naturalistico è il gioco in cui si stanno misurando istituzioni politiche locali, associazioni non partitiche, rappresentanti di settore. Il premio sarà quello di riuscire a scattare una fotografia dell’oggi, definire da qui in avanti quale dovrà essere l’immagine della città e del suo territorio, l’iconografia e la mitologia che dovrà valere, anche commercialmente, per il suo futuro sviluppo. 
Nel frattempo si lavora già seriamente perché Varesotto e sponda piemontese del Maggiore si diano un’identità unica, un marketing comune da spendere alle Bit di tutto il mondo.
Un’operazione costosa, sicuramente, frutto di argomenti raziocinanti, di calcoli e di interessi. Eppure, Carlo Brusa ha oggi dimostrato, in una conferenza organizzata dal Rotary, quanto tutto ciò fosse assolutamente naturale e scontato nel diciannovesimo secolo e ancora di più all’inizio del secolo scorso, almeno fino alla cesura della seconda guerra mondiale. 
Quando Varese figurava senza complessi di inferiorità a fianco di Torino e Milano, o le cartine turistiche ante litteram mettevano insieme – in maniera spericolata dal punto di vista della precisione, ma significativamente per la visione d’insieme – Varesotto, Piemonte, Svizzera, Germania; con le strade, la tradotte ferroviarie, i laghi. Ancor più significativamente con un punto focale ben preciso: l’hotel del Campo dei Fiori. 
Quella era già mitologia. Che poi si è perduta. Il Convention Bureau, l’organismo voluto da Camera di Commercio e Provincia che è entrato in funzione da pochi giorni, ha proprio questa mission (per citare un altro abuso): recuperare a tavolino quello che era già cromosomico 100 anni fa, quando le comunità artistiche, culturali e i grand tour davano un senso all’espressione fonetica Europa, ancor prima dei trattati. 
Con un aspetto particolare: nel gioco di sponda forse la Svizzera e il Piemonte, già forti di loro, hanno tutto da perdere. Varese al contrario ha solo da guadagnare. Con un asso nella manica: nella sua storia, la nostra città non ha mai contato così tanto, a livello politico e amministrativo, sul territorio nazionale. Più che una vocazione è un biglietto della lotteria: l’impressione è che o la si indovina ora la combinazione vincente o nessuna pretesa vocazione potrà cambiare, come vorremmo, le cose.  

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Pubblicato il 11 Settembre 2003
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