BPU, il futuro è già pronto
Presentato ad analisti e stampa, presso le sale convegni di Palazzo Mezzanotte sede della Borsa, il piano industriale del Gruppo
Tutto da previsioni, persino con un po’ di anticipo. Il processo di fusione di BPU, la banca nata dall’unione di Banca popolare di Bergamo – Credito Varesino, Popolare Commercio e Industria e Popolare di Luino e di Varese sta andando a gonfie vele: incassata la fusione vera e propria, incassato l’accordo sindacale, incassata la fusione informatica, è arrivato il momento di presentare i propri intenti, almeno per il prossimo futuro.
Così, in questa mattina di inizio ottobre, il presidente Emilio Zanetti, l’amministratore delegato Giampiero Auletta Armenise e il direttore generale Alfredo Gusmini, i tre più alti rappresentanti della nuova banca che ha saputo mettere insieme i due più agguerriti istituti di credito concorrenti, la Popolare di Luino e di Varese e il Credito Varesino, hanno presentato il piano industriale 2003 – 2006, quello che sancisce i primi grandi passi del neonato istituto di credito.
Forte di un bilancio semestrale 2003 assolutamente incoraggiante, il presidente di BPU Emilio Zanetti ha ricordato come lo scopo di questa dirigenza è quello di creare “Una squadra coesa”, con un “forte senso di appartenenza” e una “connotazione etica di ampio respiro, con valori che non si disperdono”: per questo è stato concepito “Un istituto sul modello della banca federale”.
BPU, la capogruppo, non si comporterà “come la testa di una holding” ha spiegato l’amministratore delegato Giampiero Auletta Armenise. E’ prevista invece “una forte integrazione tra le banche federate e la capogruppo, sia dal punto di vista organizzativo che commerciale e finanziario”: uniformando per esempio il sistema informativo e accentrando rischio finanziario e sistemi di pagamento. Di “federato” e distinto resterà perciò solo la rete degli sportelli, i nomi delle agenzie, i volti delle persone che si occupano dei clienti: ciò che fa la fidelizzazione del cliente nei confronti della banca. E’ in base a questa strategia che la società può permettersi di aspettarsi una “fuga” di clienti pari solo al 3%, un dato semplicemente fisiologico nel settore, malgrado la rivoluzione in atto.
Il piano industriale prevede inoltre una sistemazione “dolce” degli esuberi: secondo l’accordo sindacale di agosto, che ha visto soddisfatti anche i sindacati dei bancari, i lavoratori in esubero – scelti tra chi stava già per uscire dal mondo lavorativo o veri e propri volontari – sono 1080, 148 dei quali già usciti dal sistema. Per gli altri 932 tutti volontari, l’uscita è entro il 2006, con adeguati bonus.
Anche gli effetti degli accordi di Basilea 2 rientrano nel piano industriale di BPU: dopo una prima sperimentazione (che ha già avuto inizio) sui loro 500 più grandi clienti, entro la fine del primo semestre 2004 è prevista la creazione del rating unico BPU per tutti i clienti, per definire l’indice di rischiosità dell’impresa che chiede il prestito all’istituto. Un problema per risolvere il quale l’istituto di credito ha addirittura realizzato una simulazione di impatto sui propri clienti, per i tre quarti rappresentati da piccole aziende che da Basilea 2 si attendono veri e propri disastri. “Non sarà così – rassicura il presidente Emilio Zanetti – ci si dovrà magari abituare a sistemi diversi di selezione ma alla fine la differenza nell’erogazione del credito non ci sarà. Noi continueremo a conoscere uno per uno i nostri clienti per valutarli come abbiamo sempre fatto”. Una strategia che ha permesso loro finora, di essere una degli istituti di credito a basso indice di sofferenza, e che farà loro scegliere il tipo di rating “advanced” cioè più complesso e personalizzato, tra quelli suggeriti dall’accordo interbancario.
Per quel che riguarda l’impatto sul tessuto economico varesino del nuovo gruppo, vanno registrate alcune buone notizie. Innanzitutto, in agosto la commissione Antitrust ha sancito che non è necessario chiudere sportelli in zona, pur occupando BPU in provincia una quota di mercato che supera il 38%: basterà non aprirne altri nei prossimi tre anni. Inoltre, gli immobili di proprietà delle banche del gruppo resteranno a capo dell’istituto quando strumentali, di rilevante interesse monumentale, oppure occupati da dipendenti, e si valuterà l’eventuale messa in vendita solo dei beni non strumentali che possano essere in qualche modo disponibili.
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