È la politica Svizzera che cambia
Considerazioni a margine della crisi politica che sta investendo il Cantone
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Accusare qualcuno di mancata collegialità è un fatto molto grave in un sistema politico basato sul presupposto che i componenti di ogni esecutivo collaborino, sempre e comunque, anche e soprattutto quando provengono da partiti diversi. Un postulato da cui discendono conseguenze pratiche di non poco conto, come la possibilità che i singoli ministri prendano posizioni anche molto diverse da quelle dei loro rispettivi partiti o la consuetudine che essi non litighino in pubblico e – una volta in pensione – mantengano, per qualche anno almeno, molta discrezione sulle cose che hanno visto e sentito da governanti. Queste tradizioni, che hanno reso così esotica la vita politico-istituzionale elvetica rispetto a quella delle altre democrazie europee, stanno seriamente scricchiolando, una serie crescente di segnali negli ultimi anni è lì a dimostrarlo. Sono aumentati i casi in cui singoli ministri, cantonali o federali, hanno espresso pubblicamente il loro dissenso dalle scelte dei loro esecutivi. Alla tradizione che premiava con le poltrone di governo le personalità più inclini ai compromessi si sta sostituendo la tendenza ad eleggere figure politicamente o personalmente profilate, con conseguente crescita delle tensioni e diminuzione della collegialità. Il previsto successo dell’Unione Democratica di Centro alle elezioni federali potrebbe dare un altro colpo al sistema, facendo vincere ai conservatori un altro posto tra i sette del governo federale: la formula politica che da oltre quarant’ anni ad oggi ha retto il governo svizzero (due socialisti, due democristiani, due liberali e un conservatore) crollerebbe, e un nuovo tipo di collegialità, se esiste, dovrebbe essere trovato. Questi cambiamenti, tuttavia, altro non sono se non lo specchio delle trasformazioni che l’intero Paese sta vivendo, da alcuni anni, peraltro nel quasi totale disinteresse del mondo esterno. Su scala internazionale le cifre assolute sono modeste, eppure fatte le debite proporzioni il grado di incisività delle trasformazioni rasenta l’ epocale. Nell’ ultimo quinquennio la Svizzera è entrata all’ONU, è "entrata senza entrare" nell’Unione Europea, ha visto crescere – accanto ai celebri miliardari indigeni o importati – un drappello di disoccupati e di working-poors che sopravvivono con la miseria di meno di duemila euro al mese, ha seppellito pezzi di argenteria di famiglia come Swissair, salvandone altri – le poste, le ferrovie – solo a prezzo di dolorosissime ristrutturazioni ancora in corso, sta ristrutturando il sistema pensionistico e sanitario, che pure rimane uno dei migliori al mondo. La piazza finanziaria lotta contro i contraccolpi della recessione, che ha subito in ritardo, e verosimilmente in ritardo beneficerà anche di una ripresa mondiale. Sono ritornati, in sordina, persino gli scioperi, messi in naftalina negli anni trenta del novecento dalla celebre "pace del lavoro". Far funzionare la democrazia concordataria nelle acque agitate di questi anni è impresa durissima anche per i più esperti. Le ricette proposte per gestire il presente sono troppo diverse perché negli esecutivi non si consumino rotture: all’interno del governo ticinese, ad esempio, convivevano i fautori di una politica di rilancio dell’economia attraverso sgravi fiscali e i sostenitori della necessità di aumentare l’investimento pubblico per ottenere lo stesso scopo. Dunque, o la Svizzera riuscirà ad uscire in tempi brevi dai marosi – ma per farlo avrà bisogno anche di un vento favorevole a livello internazionale – oppure la sua invidiabile e invidiata stabilità istituzionale è probabilmente destinata a cambiare, e non di poco. Il resto del Paese, dopotutto, lo ha già fatto. |
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Tomas Miglierina |
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