È morto Napoleone
Era un simbolo per i pescatori del lago, che ne danno il triste annuncio
Lo vedevi arrivare un po’ caracollante, la coda diritta e un mezzo miao buttato lì a mo’ di saluto. Subito le fusa, salamelecchi, zampe che vanno su e giù, gli strofinamenti del muso e tutte le cerimonie che un gatto per bene mette in moto quando è felice di vederti. Napoleone era così, sempre pronto a regalare affetto, da quando giovane micio di paese girovagava per il porticciolo di Cazzago Brabbia, alla corte del “negher” Luigi Giorgetti, che di gatti ne sfamava una ventina con i filetti di carassio e scardola. L’ho conosciuto lì, sette anni fa, quando era apparso improvvisamente dietro le mie spalle, materializzato dal nulla, come un angelo baffuto. S’infilava male quel giorno il pensiero nella cruna strettina del pomeriggio di novembre. Cincischiava e si perdeva tra i sassoni imbarbigliati d’alghe senza finire da nessuna parte. Si stava lì, seduti, con l’acqua già vestita d’inverno e l’Isolino baluginante d’inquietudine silvestre a venti minuti di remo.
Cazzago era immobile e la vivacità cucciola di Napo scacciava il malumore: sembrava un attore, si metteva in posa con la testa leggermente piegata, poi si rotolava sulle traversine di legno e ammiccava, quindi partiva a razzo con la coda di traverso gnaulando, gli occhi fuori dalle orbite. Mi divertivo a fotografarlo e lui ci stava, ronfando beato e cercando di infilare una zampa nell’obiettivo. Un gatto nato per fare il capo, anche Luigi l’aveva capito e il nome gliel’aveva messo lui un giorno che Napone stava di vedetta sul suo palo preferito, al limitar del porticciolo. Vigilava sulle sue gatte e dispensava fusa e grattamenti a chiunque gli andasse a genio. Era cresciuto ormai e gli orecchi portavano già i segni della battaglie con il “pirata”, il grosso maschio bianco e nero che gli insidiava il territorio. D’inverno gli crescevano spessi favoriti ed era una meraviglia vederlo sdraiato al sole come una sfinge, gli occhi gialloverdi cangianti e imperscrutabili, esempio di felino assoluto.
Quando i pensieri tristi arrivavano, Napoleone appariva sempre, te lo ritrovavi tra i piedi e l’umore cambiava: dalla sua postazione aerea pareva impartisse ordini alle truppe, non perdeva un movimento di ciò che succedeva al lago, baffi in avanti e coda a frustare l’aria. Il primo della fila quando Luigi sbarcava con le reti, pronto a sgranocchiare teste di pesce e a dispensar zampate ai subalterni che osavano tentare un golpe culinario. Poi una pulitina al muso, due leccate qua e là (un guerriero non deve badare troppo alla toilette) e a nanna per un paio d’orette, magari dopo un’arrampicata di sesto grado sul tetto della casetta dei pescatori.
Aveva i suoi giri Napoleone, capitava di non vederlo per giorni, cambiava territorio e abitudini, come un agente segreto: una volta lo trovavi nel giardinetto in cima alla via del lago, un’altra in paese, dietro a una certa gatta rossa, o ancora in fondo all’imbarcadero, dove il canneto è già fitto e girano dei bei topi. Ma per le foto c’era sempre, un primo piano sorridente (i gatti sorridono, davvero), una posa plastica, uno sbadiglio che pareva un urlo.
E un giorno di dicembre l’unghiata del destino. Un raffreddore sembrava, naso gocciolante, respirazione un po’ difficile, ma passerà. Lui del resto non dava importanza, continuava a vigilare e ronronare, cos’era qualche sternuto ogni tanto! Non lo vidi per mesi Napoleone, la vita mi aveva portato lontano dal lago e le poche volte che passavo per Cazzago lui non c’era. Chiedevo a Luigi: «Sta bene quel porscel, era qui un momento fa…ha sempre un pochino di raffreddore ma è niente».
Fino a quel giorno d’ottobre di un anno fa. Fu come vedere sfregiata la “Primavera” di Botticelli. Napoleone era là, accucciato, magro da far pietà, con la bava alla bocca e gli occhi vitrei. Non si muoveva, ma quando mi vide incominciò a fare le fusa. «Leucemia felina», fu la diagnosi del dottor Galli, «lo curiamo ma la malattia ha un decorso inesorabile e lui è molto provato dalla dissenteria». Iniezioni di cortisone, e la speranza di vederlo migliorare, perché un capo non deve mai mollare.
Napoleone migliorò, ma cambiò vita. Era tempo di lasciare i suoi domini e ritirarsi. Via dal lago, da un giorno all’altro, duecento metri più in su, dalla signora Luigia, che aveva visto sparire il suo micione bianco di sedici anni, antico rivale del nostro. Nella vietta stretta in mezzo alle case della vecchia Cazzago Napo appariva traballante, il ventre incavato e anche la coda pareva più sottile. Ma la dignità di un gatto che soffre ha pochi paragoni, lui era il capo e il suo ruolo gli imponeva di accogliere gli amici con una certa pompa e sembrava incredibile che da così tanta magrezza uscisse un ron ron così intenso e festante.
L’aria del “paese alto” e i manicaretti della Luigia lo ritempravano piano piano e Napoleone riprendeva confidenza con gli antichi feudi: c’era chi lo incontrava in piazzetta, chi diceva di averlo intravisto una sera al lago, insomma la Cazzago gattofila lo aveva adottato e al momento della puntura mensile si sapeva sempre dove trovarlo. Tante volte, quando scendevo a lago, avevo quasi paura a domandare a Luigi ed era lui spesso ad anticiparmi: «Sta bene, la Luigia lo cura come un figlio, ieri era alle case vecchie dietro una gattina…».
L’ho visto l’ultima volta all’inizio di ottobre. Un cc e mezzo di cortisone, uno spicchio di vita in una siringa e lui che si lasciava fare, sempre con quelle zampe che si sollevavano come pistoni e gli occhi di vecchio viveur che ti guardavano calmi e indagatori. Era bello quel giorno, perfino meno magro, il pelo ben spazzolato, i favoriti folti del pelo invernale. Il suo quadro clinico era spaventoso, i reni non filtravano quasi più nulla, i valori oltre la soglia massima misurata dalle macchine, ma lui era lì, in piedi, a far salamelecchi davanti a un piattino di carne tritata. Poi si sarebbe lavato un po’ e sdraiato sul muretto a fare il chilo.
Martedì il Luigi nicchia e poi la butta lì: «Son tre giorni che il Napi non si vede…ho paura che sia andato a morire da qualche parte…». Luigia ha le lacrime agli occhi, non ce la fa a parlare, non si dà pace, è il secondo amico gatto che sparisce senza lasciare traccia. Napoleone, il capo, è soltanto andato a fare una passeggiata più lunga. Basta sedersi sui sassoni con i pensieri tristi e lui arriverà, a strofinare il muso contro la manica, ad aspettare la carezza guardando lontano, verso un orizzonte che solo i gatti conoscono, perché va oltre le semplici cose di questo mondo.
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