Un centro famiglia per richiedenti asilo politico

Cinque le famiglie in attesa di ottenere lo status di rifugiati politici. Intanto, in due anni d'attività, sono nati tre bambini "figli del centro"

«Le difficoltà maggiori sono a livello burocratico, soprattutto nel trovare lavoro. Ma servirebbe anche una maggiore rete di servizi sul territorio». Sono le considerazioni di Simona Felice, coordinatrice del Centro Famiglia di Caronno Pertusella, struttura presente sul territorio da più di due anni e che si occupa di ospitare le famiglie che hanno richiesto asilo politico in Italia. 

Il Centro è gestito dalla cooperativa Farsi Prossimo e rientra nel piano di accoglienza del cofinanziato dal Ministero, dall’Acnur (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani). In Provincia, un altro centro, si trova a Varese, ma mentre nel capoluogo vengono ospitati uomini soli che richiedono asilo, a Caronno Pertusella trovano posto le famiglie intere o donne sole con bambini. In questi mesi il centro ospita cinque nuclei familiari: dal Congo, dal Ruanda, dalla Nigeria, dal Sudan e dalla Palestina. «I motivi per cui questa gente è qui sono diversi, ma tutti hanno alle spalle storie di persecuzione personale nel proprio paese – spiega la coordinatrice del centro -. Le loro "colpe" sono soprattutto di aver aderito a movimenti politici o associazioni sindacali non governative».

Intanto al centro le famiglie prendono confidenza con il territorio. E crescono. Infatti, in due anni sono già nati tre bambini. Loro li chiamano i "figli del centro": Joy e Fatma hanno poco più di un anno, mentre Tresor è nato lo scorso giugno nel piazzale dell’ospedale di Saronno grazie anche a un miracolo compiuto dai medici. Il Centro Famiglia di Caronno Pertusella, dove vi lavorano in totale cinque persone e diversi volontari, è distribuito su due edifici. Nel primo vi sono la cucina, la sala da pranzo, l’ufficio degli educatori e due stanze per due famiglie diverse. Nel secondo edificio, situato poco distante, vi sono altre tre stanze per altrettanti nuclei familiari. 
«Su questi due edifici cerchiamo anche di effettuare una distribuzione logica, una sorta di percorso formativo – prosegue Simona -. Appena arrivano queste famiglie le accogliamo nel primo edificio e, man mano che diventano sempre più indipendenti, le trasferiamo nella seconda struttura». 

Il centro si occupa soprattutto di effettuare sia un lavoro di accompagnamento, sia di orientamento. Accompagnamento significa aiutare le persone a capire la realtà italiana, illustrando loro la legalità, la scuola, la sanità e soprattutto la lingua italiana con un’insegnante che viene al centro due volte alla settimana. La seconda fase, l’orientamento, mira a far raggiungere l’autonomia ai richiedenti asilo, perché imparino a vivere da soli senza altri supporti. «Nemmeno a loro piace stare tutto il giorno senza far niente, è frustrante – prosegue la coordinatrice -. Il vero problema, però, è il lavoro: i richiedenti asilo non hanno la possibilità di avere un vero permesso di lavoro. Il loro permesso di soggiorno è funzionale solo alla domanda di asilo. Avere un impiego permetterebbe loro di mettere via dei soldi per iniziare una vita nel caso venisse accettata la domanda. Siamo riusciti a ovviare in parte il problema con un sistema di "borsa lavoro". Non si tratta di un contratto di lavoro subordinato, ma di un contributo alla persone. Non è uno stipendio, ma è sempre qualcosa. È difficile aiutare delle persone a progettarsi una vita se non permetti loro di lavorare». 

«Sul territorio invece, il bisogno principale è quello di creare una rete di servizi che garantisca supporto alle persone – conclude Simona -. L’esigenza forte, quindi, è quella di creare contatto con il territorio. Purtroppo il centro non riesce a sopperire a tutto. In questi due anni di attività la disponibilità degli enti e della gente è molto cresciuta, ma serve ancora molto. La gente che ci conosce si è fatta un’idea del centro e ci aiuta, ma chi non ci conosce è ancora molto diffidente. È un percorso che passa anche attraverso la conoscenza». 

Nel 2003 in provincia di Varese sono state superate le 400 domande di richiedenti asilo politico. Nel 2002 furono 350 circa. Intanto al centro famiglia di Caronno Pertusella, in questi giorni, la piccola Joy ha detto la sua prima parola: "dirti". Italiano, inglese, francese o nigeriano? 

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Pubblicato il 23 Ottobre 2003
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