Frontalieri, il Ticino “spegne” gli sportelli

Il Canton Ticino non finanzia il progetto Interreg III a favore dei punti informativi dedicati ai frontalieri. Il sindacato: «Una scelta che danneggia 35 mila lavoratori»

Entrano in vigore gli accordi bilaterali, nuove norme regolano il lavoro transfrontaliero tra Italia e Svizzera e il Canton Ticino cosa fa? Boccia un progetto finanziato anche dall’Unione Europea per garantire la presenza di sportelli informativi al servizio dei frontalieri per offrire loro assistenza e spiegare cosa cambia.
A gridare allo scandalo è Osvaldo Caro, presidente del CSI Ticino-Lombardia-Piemonte, la componente sindacale che coinvolge le organizzazioni dell’area insubrica e che interagisce col mondo del lavoro tra Italia e Svizzera.

«Nel corso degli ultimi 15 anni per offrire ai lavoratori frontalieri il maggior supporto possibile abbiamo attivato numerosi progetti per l’istituzione di sportelli frontalieri. Spiega il sindacalista – . Ad oggi abbiamo ottenuto molti risultati e proprio grazie all’entrata in vigore degli accordi bilaterali abbiamo deciso di continuare con questi punti informativi. Questa grazie alla collaborazione delle camere di Commercio di Varese e Como, delle due Provincie e anche delle organizzazioni sindacali».

Per continuare a investire sull’informazione dei frontalieri, le organizzazioni sindacali e le Camere di Commercio delle Province di confine impiegavano lo strumento dei fondi Interreg: si tratta di finanziamenti di cui possono beneficiare enti pubblici che interagiscono con la controparte d’oltreconfine, in questo caso la Svizzera, per realizzare progetti che vanno dai sentieri di montagna a iniziative di varia natura. L’ultimo progetto sui lavoratori frontalieri, come spiega Caro, prevedeva una spesa di 500 mila euro, proprio per potenziare la rete di sportelli. Troppo, secondo il Canton Ticino, che ha  bocciato l’iniziativa.

«Camera di Commercio di Varese, Amministrazioni Provinciali di Varese e Como, Sindacati Svizzeri e Italiani, hanno tentato di coinvolgere anche le istituzioni ticinesi,  ricevendo un rifiuto non solo per l’eventuale disponibilità, ma anche al confronto richiesto con le parti Italiane per una valutazione degli spazi di possibile collaborazione – spiega il sindacalista. Ora il venir meno di questo progetto organico per la collaborazione transfrontaliera lascerà un vuoto non indifferente, tanto più che a tre mesi dalla partenza della seconda tappa delle libera circolazione delle persone, sul mercato del lavoro della Regione Insubrica ci sono chiari segnali di precarietà ed instabilità. Basta citare alcuni esempi, come l’aumento dei contratti di breve durata, il lavoro interinale e distaccato, la pressione sui salari, la diminuzione di sicurezza sui luoghi di lavoro e l’aumento dei licenziamenti.

La tanto auspicata “politica di collaborazione interregionale” della quale si sente parlare in ogni convegno non può servire solamente a finanziare progetti Interreg sui sentieri di montagna, sulle passeggiate a cavallo, sul salvataggio delle rane dell’ Insubria, sulla qualità della pietra nelle cave».

Che fare di fronte a questa situazione? «Abbiamo già inviato una lettera alla consigliera di stato del Canton Ticino Marina Masoni – conclude Caro. Ma nel frattempo, e questo grazie ai fondi messi a disposizione dalle Camere di Commercio, cercheremo di continuare a far vivere questi sportelli (in tutto 8, di cui 4 in Italia), almeno in territorio italiano: si tratta di una questione che comunque riguarda oltre 35.000 lavoratori di confine che hanno diritto ad essere informati. Nei prossimi giorni chiederemo alle istituzioni italiane di sederci attornio ad un tavolo per fare il punto».

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Pubblicato il 22 Novembre 2004
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