Cina, ovvero il Paese delle opportunità
L'analisi di Marino Bergamaschi (Associazione Artigiani della Provincia di Varese)
Cina: una nuova sfida ma anche una nuova opportunità. I cambiamenti che il Gigante Giallo sta imponendo ai mercati economici e finanziari, ma anche alle scelte politiche e culturali di buona parte del mondo, non sono cosa nuova. La Cina sta proseguendo nel suo cammino verso il massimo sviluppo con una velocità ed una prontezza impressionanti. E lo sta facendo dagli inizi degli anni Ottanta. La situazione che le imprese, piccole e grandi, devono affrontare oggi è il risultato di ciò che è accaduto ieri. E nessuno, purtroppo, fermerà la Cina. Comprese tutte le reazioni, le misure o contromisure concepite – e sottolineo concepite – in una logica volta a bloccare il Paese.
La preoccupazione esiste, a maggior ragione dopo l’abolizione, dall’1 gennaio 2005, dell’accordo Multifibre che liberalizza completamente il commercio internazionale. E’ una preoccupazione giusta che fa sorgere, però, numerose domande. Ci si lamenta dell’acquisto di prodotti cinesi e della delocalizzazione di imprese in Cina: 500 quelle italiane con investimenti per 230 milioni di dollari. Primo: puntare sul rilancio dei consumi per avere una capacità di spesa; in poche parole se la spesa "stagna" non c’è consumo. Di fronte a tale situazione è facile e conveniente, per il cittadino medio, acquistare prodotti provenienti dalla Cina. Ma non è solo una questione di costi. E’ – ecco il secondo punto – un problema di corruzione del sistema politico, che esiste in Occidente come in Oriente. Ma la Cina lo supera intrecciando la religione alla vita quotidiana. Il confucianesimo – i cinesi hanno più interesse per la vita pratica che non per il futuro dell’anima ed uno degli elementi principali di tale religione è il giusto mezzo, secondo cui per cercare di realizzare un ideale bisogna scendere a leciti compromessi – dettano i ritmi di vita e di lavoro.
Forti di questi principi i cinesi fanno incetta del mercato: nelle telecomunicazioni, nel settore automobilistico, in quello degli elettrodomestici. Un miliardo e trecento milioni di persone dei quali il 7-8% è realmente ricco (più della popolazione ricca del Giappone), sogna di viaggiare in Ferrari (ne sono già state vendute quasi 200) e di dimostrare buon gusto vestendo, ma non solo vestendo, il "Made in Italy".
Per alcuni imprenditori si dovrà affrontare una "guerra"; personalmente ritengo sia più consono utilizzare la parola contraddittorio o confronto, conscio del fatto che, nonostante i problemi ed i rischi che si dovranno inevitabilmente affrontare, la Cina potrebbe offrire opportunità di business anche per le nostre imprese. Ma servono operatori capaci di stringere alleanze con i partner locali.
Nella Terra del Dragone il costo della manodopera è bassissimo e le aziende possono contare su sussidi statali all’export, ma sembra proprio che Pechino non voglia "invadere" i mercati; piuttosto aprire le porte alle imprese italiane (anche quelle artigiane e medio e piccole) ed ai giovani in cerca di un futuro ricco di sbocchi professionali diversi.
Allora la Cina – che è ventidue volte l’Italia – potrà essere un’opportunità. E nei confronti di qualcosa che potrebbe essere vantaggioso non si può parlare di protezionismo e ritorno ai dazi. Qui non si deve parlare di chiusura ma di collaborazione.
E sono convinto che la strada da imboccare sia questa.
Le misure di anti-dumping e di monitoraggio – dal "Full Made in Italy" al controllo dell’intera filiera di produzione (la tracciabilità del prodotto attraverso la costituzione di laboratori posti all’hub di Malpensa per verificare che i prodotti cinesi rispettino alcuni vincoli normativi europei per tutelare i nostri produttori ed i consumatori) sono doverose e necessarie, ma il controllo pretende anche un impegno a trecentosessanta gradi delle autorità statali.
Cooperare, a nostro avviso, non solo è possibile ma auspicabile, e perché ciò possa avvenire dobbiamo prima conoscere meglio le nostre realtà produttive (ci è richiesto di cambiare mentalità e lasciarsi alle spalle i particolarismi che un tempo hanno fatto grande la piccola impresa ed ora rischiano di indebolirla), la Cina e il suo mercato.
Guardando alle opportunità tre aspetti sono molto significativi e da studiare a fondo.
Il primo riguarda le opportunità offerte da un mercato cinese in espansione. Continuerà a crescere ed è destinato a diventare il primo mercato del mondo praticamente in ogni settore.
L’Italia può puntare a sfruttare il fatto che i cinesi sono storicamente "consumatori di lusso", amano il brand, i beni di "fascia alta", l’immagine che rappresenta quel prodotto e lo status symbol che se ne ottiene. Adorano il gusto e l’estetica italiani che vanno ben oltre il capo alla moda per definire tutto ciò che è "italian style". E l’Italia, in questo campo, è imbattibile. Gioca a suo favore il fatto che i cinesi guardano con simpatia a quelle nazioni che non hanno avuto una tradizione coloniale asiatica. Tale atteggiamento, definito "pregiudizio favorevole", non vale per Gran Bretagna e Francia, è stato accettato da anni dalla Germania ma non ancora capito dall’Italia che – ecco la seconda opportunità – facendo leva su questo vantaggio potrebbe addirittura attrarre capitali cinesi. Ma solo se saprà dimostrarsi competitiva.
Una terza occasione è rappresentata dal turismo. La Cina diventerà nei prossimi anni la fonte principale di flussi turistici a livello internazionale e cioè in un settore dove l’Italia ha vantaggi evidenti. Vantaggi dettati dalle sue dimensioni, dalla sua struttura sociale, dalla sua cultura: elementi che i cinesi apprezzano e vogliono conoscere. Così come il nostro territorio, "appetibile" da un punto di vista ambientale e paesaggistico.
Questi sono solo alcuni degli aspetti – evitiamo di addentrarci nella geopolitica ed affrontare gli equilibri che la Cina vorrebbe ci fossero in Medio Oriente guardando alla sua "inesauribile" sete di petrolio (ne è uno fra i maggiori importatori al mondo) – che a nostro avviso non vanno trascurati nello sviluppo di nuove relazioni con questo grande Paese. A questo punto, come recita un antico proverbio cinese: "Se sei debole, fai tua la forza del nemico".
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