Crisi nera per gli artigiani, lo dice anche l’Acai
Resi noti i risultati di una indagine dell'associazione artigiana su 250 suoi associati
Se ci fosse voluta una conferma che per le piccole aziende e in particolare il settore dell’artigianato non aveva visto un bel nulla delle "riprese" più volte annunnciate dalle varie indagini congiunturali, a darla ci ha pensato anche l’Acai.
L’associazione artigiana di ispirazione cattolica ha promosso un’indagine presso i suoi associati per cogliere stati d’animo e tendenze e ne ha oggi comunicato i risultati. L’indagine ha visto il coinvolgimento di 250 imprese: un campione rappresentativo del 20% della base associativa, divisa per artigianato produttivo e artigianato dei servizi.
Il quadro che ne emerge vede il settore produttivo dell’artigianato fortemente preoccupato per la situazione odierna, definita "critica" per il 34% degli intervistati, "preoccupante" per il 31%, "difficile" per il 23%, "normale" solo per il 12%. Una situazione che nel futuro, secondo le opinioni emerse, è destinata a peggiorare ulteriormente, visto che solo il 6% di loro prevede una situazione di normalità (6%), mentre invece aumenta la convinzione che la situazione diventi difficile (27%) o addirittura critica (per il39%). Di certo, nessuno degli intervistati crede in un ripresa nel 2005: secondo loro la la "minaccia" proviene innanzitutto dall’asia (85%), mentre preoccupano meno i Paesi dell’allargamento europeo (15%). L’artigiano comunque si sente direttamente minacciato dal concorrente asiatico solo per il 34%: l’altro 66% sente invece "scricchiolare" i suoi committenti, le piccole medie e grandi imprese per cui lavora, che sembrano cedere ed essere "travolti" dalla massa d’urto dei prodotti "made in China".
Venendo alle istituzioni il campione di artigiani intervistato non si sente "tutelato", come soggetto economico, nè dalla politica nazionale (95%) nè da quella comunitaria (98%). Si considera, agli occhi della politica, soggetto "troppo piccolo per essere considerato" oppure "merce di scambio della globalizzazione" se appartenente ai settori tradizionali, in primis tessile abbigliamento ma anche meccanica. Elettronica e plastica godono di una situazione migliore mentre l’edilizia vive una rosea normalità, orientata più alla costruzione residenziale che non industriale. In una fase difficile come questa per gli artigiani risulta "intollerabile" (90%) il sistema normativo e legislativo nazionale con cui deve operare. Il livello politico locale viene giudicato dal 66% "ininfluente" per la concorrenza globale, ma in compenso il 90% degli intervistati afferma che si sarebbe potuto "fare di più" per non trovarsi dove e come invece ci si sta trovando.
Dal punto di vista economico, la situazione è davvero triste, e senza sostanziali differenze tra il nord e il sud della provincia: innanzitutto tutti evidenziano la difficoltà nel far rispettare le scadenze degli incassi: i termini si sono allungati per il 22% di 1 mese, per il 45% di 2 mesi, per il 33% di oltre 2 mesi. In un quadro del genere, ben il 39% delle aziende produttive intervistate pensa "seriamente" di chiudere l’attività nell’arco di due anni ed un altro 21% lo farebbe non ci fossero i figli o familiari coinvolti nell’impresa.
Nei servizi la situazione evidenzia, pur nella relatività, dati meno negativi. La situazione è "critica" solo per il 18%, "preoccupante" per il 20%, "difficile" per il 25%, "normale" per il 28% e "buona" per il 10% I settori avvertono però la sempre minor capacità di spesa di imprese e famiglie e quindi prevedono dati in progressivo peggioramento. In questo comparto artigianale è minimo (10%) l’impatto dovuto alla globalizzazione dei mercati. Con i loro colleghi della produzione, vi è invece concordo totale – quasi un plebiscito in entrambi i settori – nel giudizio sulla intollerabilità (95%) del sistema normativo e legislativo. Un esempio per tutti , tra quelli citati, è la legge di regolamentazione dello smaltimento delle lamette aghi e siringhe, come rifiuto a rischio infettivo, per parrucchieri ed estetiste, che grava in maniera pesantissima su di una attività che sta soffrendo della crisi generalizzata.
«nell’immaginario collettivo l’idea delle crisi non è ancora arrivata, la gente è ancora convinta che stiamo bene, che queste sono esagerazioni strumentali – Spiega Enrico Ottolini, direttore di Acai – L’impressione, per chi vive da dentro la situazione è invece che si sono sprecati anni e opportunità e ora stiamo per ritrovarci con l’acqua alla gola pur illudentosi che ancora vada tutto bene»
«Quello che chiediamo alla politica locale è l’abolizione dell’ Ici sui beni immobili dismessi dalle imprese e la riduzione drastica di quelli di imprese appartenenti a settori in crisi – Chiede Enrico Marocchi, presidente di Acai – Ed è anche fondamentale sospendere l’adeguamento degli studi di settore in questa fase di crisi, perchè mantenere o elevare i parametri in una situazione come questa è pura follia. In questo periodo ci sono imprese che lavorano al costo, se non in perdita, e tassarle secondo un reddito presunto vuol dire sperare di utilizzare questo strumento per recuperare quattrini per la finanza publica, in un setore dove il rischio è quello di vedere chiudere molte aziende»
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