“Fumagalli è capace solo di false promesse e lascia una città in crisi”
Intervista a Francesco Maresca, consigliere comunale DS, sulla politica di bilancio delle ultime amministrazioni
Tempo di bilanci in Consiglio comunali. Il ruolo dell’opposizione è certamente quello del controllo anche dei numeri. Ne abbiamo parlatoa lungo con Francesco Maresca, consigliere per due mandati con i Ds.
Una valutazione generale della gestione…
«Gli ultimi due governi locali di centro – destra ( Lega, FI, AN, UDC ) sono stati caratterizzati dalla mancanza di chiarezza e capacità di pianificazione, dalla litigiosità interna e dall’inesistenza di risultati concreti. L’esempio eclatante si trova negli investimenti e nelle grandi opere mai realizzate nonostante i costi di un assessorato creato appositamente. Oggi il sindaco Fumagalli si vanta di avere nel cilindro sessanta nuove opere da realizzare. E’ un disco rotto, da buttare. In otto anni, infatti, ne avrà sfoderati ottocento di progetti vuoti e chimerici!
Proviamo a pensare cosa è successo da quando lui è sindaco. Nel 1997 la Giunta Fassa chiudeva l’esercizio con il finanziamento del 69,7% degli investimenti. Dopo il primo insediamento di Fumagalli – avvenuto a dicembre 1997 – abbiamo potuto assistere ad una lievitazione incontrollata delle promesse e a una contrazione altrettanto consistente del tasso di impegni di investimento: 59% nel 1998, 49% nel 1999, il 40% del 2000, il 52% nel 2001, il 26% nel 2002, il 45,6% nel 2003. Si realizza, se va bene, la metà delle cose promesse.
Perché ci si ostina a fare lievitare le previsioni per poi realizzare solo il 45,6% degli investimenti messi a bilancio e lo 0,3% delle grandi opere? In questo modo i bilanci diventano libri dei sogni. La risposta, soprattutto in periodo di campagna elettorale, è abbastanza semplice».
Potete indicare i danni più significativi ricevuti dalla comunità a causa della politica finanziaria delle Giunte leghiste e del Polo?
«La nostra risposta è semplice. Fumagalli nei due mandati dal 1997 ad oggi dopo aver ridotto gli stanziamenti per i servizi alla persona, più di recente ha cominciato ad aumentare pesantemente le tariffe dei servizi a domanda individuale. Quello che noi affermiamo si evince chiaramente dall’analisi dei vari rendiconti prodotti nel periodo considerato. Se nel 1997 la spesa corrente per i servizi alla persona – ovverosia istruzione, cultura, sport e servizi sociali – incideva per il 38,1% sulla spesa corrente complessiva, nel 2003 l’incidenza è scesa al 34,8%. Se si fosse tenuto il livello del 1997 i servizi alla persona avrebbero a budget due milioni e mezzo di euro in più. Il settore più penalizzato è quello dell’istruzione. Come se non bastasse ora si è aperta una nuova stagione con la volontà di aumentare le tariffe. Il centro destra fa demagogia a livello nazionale dicendo che bisogna “diminuire le tasse” e poi a livello locale aumenta le tariffe. Si pensi ai forti aumenti che hanno interessato i servizi educativi, gli impianti sportivi e il liceo musicale. Forte è stata la protesta da parte dei cittadini/utenti dei servizi. Le affermazioni dell’assessore Soletta sulla necessità di addivenire alla copertura al 100% dei servizi a domanda individuale hanno svelato un disegno che risulta ancora più grave e “strabico” alla luce delle riflessioni sui nuovi bisogni della città. Mentre emergono nuove istanze di welfare istituzionali, si pensa a smantellare quelli esistenti creando servizi accessibili solo per chi può permetterseli».
A vostro giudizio quale le cause che hanno determinato un bilancio così negativo? Quanto può aver influito la mancata cessione di una quota di Aspem?
«Tra le cause ci sono sicuramente i cattivi andamenti societari determinati da una serie di errori politici che corre l’obbligo di ricordare.
Per Aspem:
1) la mancata vendita delle azioni – che ha comportato non solo i mancati introiti ma anche le spese per la consulenza di Crediop –
2) l’incapacità di dare vita ad una holding su scala provinciale a causa di contrasti interni al Polo stesso e il ritardo del processo integrativo.
Per Avt:
1) le incertezze sul progetto trambus abortito prima ancora di realizzarlo – si pensi alla mancata realizzazione di aree per la sosta di interscambio e ai tentennamenti sulle corsie preferenziali
2) il mancato rilancio del TPL che ha comportato un pesante calo di passeggeri (1 milione in meno in soli tre anni) e di ricavi (-3,7% dai biglietti, -6% dagli abbonamenti)
3) una gestione fallimentare della funicolare ( 87.000 euro di deficit all’anno )
4) la mancanza di un Piano urbano del traffico e il capovolgimento della filosofia del Piano urbano dei parcheggi con la promessa di parcheggi in centro.
Se foste state voi ad amministrare che scelte avreste fatto? Quali obiettivi avreste privilegiato e quali sacrificato? «Gli amministratori locali sembrano più preoccupati di recuperare e preservare le tradizioni con voli pindarici verso l’epoca dei Celti e del Barbarossa, che di guardare ai problemi reali della città. C’è una sorta di strabismo della politica locale. Mentre Varese ha bisogno di chiarire la sua vocazione e di dare risposte ai problemi reali che la stanno attanagliando, i politici locali si inventano trovate propagandistiche andando a multare pesantemente chi butta mozziconi di sigaretta in centro (sono solo una trentina le multe effettivamente comminate!). La vera emergenza di questa città è l’emorragia di residenti che è la spia di una incapacità di dare nuovo sviluppo alla città e di dare risposte ai nuovi bisogni sociali che emergono.
In provincia di Varese il 41,7% delle nuove assunzioni riguardano donne e l’88,1% sono lavori con contratti atipici. Questo Comune e gli enti locali devono divenire sempre più consapevoli dei processi di femminilizzazione, flessibilizzazione e precarizzazione che attraversano il mercato del lavoro e delle profonde conseguenze che ne scaturiscono in termini sociali e di servizi alla persona. Aumenta il bisogno di servizi di conciliazione tra lavoro e vita familiare. Aumenta la richiesta di servizi per l’infanzia e gli anziani. Emerge la richiesta di un prolungamento delle aperture di nidi e materne. Si pongono nuove questioni in merito alla ridefinizione degli orari di lavoro. La flessibilità crea problemi alle famiglie nel programmare in modo durevole le soluzioni, la precarietà rende i costi dei servizi troppo incidenti sui guadagni. Molte di queste richieste rimangono inevase: si pensi alle centinaia di richieste inevase per gli asili nido.
Bussano alle porte donne che lavorano e hanno problemi di conciliazione, nuovi lavoratori precari che non possono permettersi servizi troppo onerosi, nuove coppie che non fanno figli, famiglie che hanno nuovi bisogni, ma la spesa per i servizi alla persona diminuisce la sua incidenza percentuale. Paradossalmente invece, le spese di segreteria raddoppiano, le spese per gli organi istituzionali e per la segreteria del sindaco triplicano, le spese per l’informazione – ormai quasi propaganda – quadruplicano. Così va il mondo. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine. Questa città dà segni di sofferenza, un giorno potrebbe anche svegliarsi».
In che misura l’attuale situazione potrà condizionare da oggi alle elezioni del 2006 l’operatività della Giunta? È legittimo affermare che questa amministrazione civica di fatto non ha avviato il decollo tanto atteso della Varese degli anni 2000?
«A Varese si evidenzia una erosione dei residenti tra i due censimenti del 1991 e 2001: si sono persi oltre 2.000 abitanti. Nel 2002 si scende sotto la soglia di 80.000 abitanti. Questo mentre la popolazione provinciale aumenta di 15.408 abitanti e Gallarate e Busto Arsizio crescono. Varese si presenta non solo con un saldo naturale negativo, ma anche con un saldo migratorio negativo. La sua popolazione è invecchiata: il 19,8% sono anziani sopra i 65 anni. Al fine di avviare una riflessione sulle cause voglio aggiungere altri dati tratti dal Censimento e da statistiche provinciali. Per quanto riguarda l’insediamento produttivo Varese conta 7.877 unità locali e 40.085 addetti, Gallarate 5.143 unità locali e 25.924 addetti, Busto Arsizio 6.467 unità locali e 30.709 addetti. Per quanto riguarda gli occupati per settore a Varese il 26,6% lavorano in industria mentre nel sud della provincia si va oltre il 35%, il 23,6% nel commercio (sopra la media degli altri grossi centri provinciali), il 37,9% nel terziario, l’11,8% nelle istituzioni. L’attività industriale va esaurendosi ma non decolla il terziario. Significativi anche i dati degli avviamenti: l’attività economica della città di Varese segna il passo rispetto al resto della provincia.
L’epoca d’oro di Varese è stata quella in cui le sue imprese prosperavano e la città, come il resto della Provincia, erano un polo di attrazione e di immigrazione. Oggi Varese ha un tasso di natalità negativo, produce sempre meno lavoro e non attira dall’esterno. Una città che ha queste caratteristiche è una città in crisi, che rischia di perdere il suo ruolo egemone nella provincia».
Si può anche dire che l’eredità delle Giunte in carica dal 1997 appesantirà una eventuale futura ripresa?
«Lo lasciamo giudicare ai lettori. Noi abbiamo voglia di guadagnare la fiducia dei varesini e di governare questa città. Non cerchiamo alibi o “buchi” alla Tremonti».
Ma il salvataggio di Varese, se avvenisse il miracolo, da dove dovrebbe iniziare?
«Bisognerebbe ritrovare la capacità di una pianificazione strategica e a lungo termine: Piano urbano del traffico, Mobility manager, Piano urbano dei tempi, Pianificazione patrimoniale, Pianificazione delle grandi opere. Invece si continua a navigare a vista e si va avanti con scelte occasionali e contraddittorie: si mette in vendita, ad esempio, l’ex Artistico e poi si decide che è meglio farne uffici salvo scoprire che la Provincia non è d’accordo; si promettono parcheggi in centro dopo averli promessi per anni nelle periferie e non averne realizzato neanche uno; si tolgono corsie preferenziali e poi si dice che si vuole incentivare il trasporto pubblico. Usciamo da questo pantano. Il miracolo è guardare lontano e riavvicinare la gente alla politica».
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