Il lato destro e il lato sinistro del cervello
In questi giorni, e ormai da qualche tempo, se si chiede a un politico, a un imprenditore, a un sindacalista, a un lettore di giornali cosa si debba fare per risollevare la nostra economia, si ha immediatamente la risposta: “investire in ricerca e sviluppo e innovazione”. Su questa risposta può essere d’accordo anche il curatore di una rubrica economica. I problemi cominciano quando si entra nel dettaglio, e si chiede “cosa” o “come”. D’altronde in una realtà complicata, articolata, varia e contingente non è possibile dare ricette. Bisogna pensare, ragionare e anche faticare. Procedere, sia pure a piccoli passi, affrontando i problemi, e gli avversari, uno alla volta, secondo la tattica dell’Orazio superstite contro i Curiazi. Finalmente ho letto la notizia (articolo del 17/03/05 su Varesenews dal titolo “Crisi del tessile, le etichette difenderanno il mercato esistente”) di un concreto procedere per cominciare ad affrontare il problema che ci angoscia in questo periodo: la Camera di Commercio e la Provincia di Varese hanno illustrato al Ministro del Welfare un progetto per monitorare l’importazione selvaggia di prodotti tessili così da verificare che questi prodotti corrispondano agli standard di qualità e sicurezza richiesti nei confronti della produzione italiana e scoraggiare quindi pratiche di concorrenza sleale. Bene; un passo alla volta, di rapida e concreta attuazione.
Ma torniamo a ricerca, sviluppo e innovazione, per capire meglio le circostanze e le implicazioni di questo fenomeno.
Il numero del 21 marzo 2005 di BusinessWeek, l’importante e diffuso settimanale americano di economia praticata, ha come titolo di copertina “Esternalizzare l’innovazione”. Vi si osserva come noti marchi in diversi campi industriali: Hewlett Packard, Dell, Kodak, Philips, Siemens, Motorola, Nokia, Ericsson, Cisco, Boeing, GlaxoSmithKline, Eli Lilly, Procter & Gamble ricorrano a ricerche e progettazioni svolte da società specializzate, che si trovano anche in paesi quali Taiwan, India, Cina. Questo dà alle società proprietarie dei marchi vantaggi di costi e di rapidità di risultati, e nel contempo le inquieta per la possibilità che le società di progettazione possano rappresentare in futuro dei concorrenti industriali e commerciali. Si cerca di tenere nell’interno dei propri laboratori, con numero di tecnici drasticamente ridotto, quelle conoscenze considerate di fascia alta e determinanti rispetto alla attività centrale della società e di esternalizzare la ricerca e progettazione di contenuto intellettuale meno geniale. Coltivare all’interno il lato destro del cervello (immaginazione, creatività, genialità) e avvalersi del lato sinistro (costruzione logica, analisi programmatica, dettagli procedurali) offerto da altre ditte specializzate. Si consideri tuttavia che Compal, una società di Taiwan progettista di computer e cellulari, ha 1.000 ricercatori; Flextronics, una società di Singapore progettista di cellulari, stampanti e apparecchiature di telecomunicazioni, ha 7.000 ricercatori; Quanta, una società di Taiwan di progettazione di computer e altre apparecchiature elettroniche, ha 7.000 ricercatori; Wipro, una società indiana di progettazione di prodotti elettronici in genere e per l’automobile, ha 8.000 ricercatori. Sono numeri che fanno pensare, e sfatano il convincimento che i paesi di recente sviluppo siano solo serbatoi di manodopera industriale a basso costo.
Negli Stati Uniti sono preoccupati, e l’editoriale di BusinessWeek conclude che è necessario un sofisticato pensare strategico per decidere fin dove esternalizzare il lavoro di ricerca perché le società del mondo sviluppato mantengano la loro attuale supremazia.
Bisogna proprio coltivare l’intelligenza e la conoscenza, anche se probabilmente i risultati si manifesteranno solo a lungo termine. Ricordo che circa quarant’anni fa la Marconi Italiana, filiale italiana di un gruppo inglese che progettava e costruiva trasmettitori televisivi per la Rai, cercava tecnici per il proprio laboratorio di R&S. Chiedeva, per questa funzione, ingegneri elettronici, sì, ma anche laureati in filosofia. Questo è bello e inquietante, ma se capito apre nuovi e luminosi orizzonti.
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