E i colori fanno riemergere la storia

Continua con successo la mostra "Da Balla a Morandi" in corso alla Civica Galleria d'Arte Moderna

Non è poi così strano constatare , quando si tratta di beni e interessi artistici, l’invidia che il mondo intero riserva a noi italiani. Non foss’altro perché una così vasta risorsa, oltre ad essere per tutti noi un patrimonio culturale notevolissimo, diventa, sul piano economico, un inesauribile fonte di ricchezza.

Spesso però noi scontiamo e ci scontriamo con la poco lungimiranza politica, con le lentezze delle pastoie burocratiche, con le miserrime ristrettezze economiche contenute nelle varie finanziario, con interessi campanilistici tra centro e periferia. E l’inerzia vince sulle iniziative che fanno la storia.

A superare questi continui disagi che animano il mondo dei beni artistici hanno, questa volta, ben operato le due direttrici delle Civiche Raccolte, Giavanna Bonasegale per quella romana e Emma Zanella per la Galleria Gallaratese, realizzando la Mostra “da Balla a Morandi “ capolavori della Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, in esposizione dal 6 marzo sino al 5 giugno 2005 presso la Civica Galleria gallaratese.

La loro tenacia e competenza ha così permesso  d’offrire l’occasione per un confronto culturale e un dialogo non solo tra le due istituzioni  ma anche tra ambiti territoriali e artistici così diversi. La Roma capitale, con la selezione di un piccolo patrimonio di capolavori e una media città “periferica” dell’orgogliosa Lombardia, che da anni, col suo premio, ha costruito un enorme patrimonio artistico e culturale per il territorio.

Le 94 opere della Galleria Comunale romana offrono un ventaglio artistico che spazia dai quadri naturalistici e di sapore archeologico pre-novecentesco di Sartorio, di Calandi e di un  Cambellotti sino alle più suggestive figurazioni di matrice espressionistica e simbolista di Becchi, di De Carolis, o di Innocenti fino al più delicato ed intimistico”busto di Signora” del grande A.Rodin di matrice impressionista.

E mentre suscita solo una certa curiosità, la sezione del secondo futurismo e aereo-pittura, in un territorio come il nostro che ne vide l’origine.  Ad una più attenta analisi, gli esiti pittorici di questi artisti appaiono decorativi,  lontani da quello  spirito innovativo che tutto il futurismo seppe dare sia in campo pittorico sia sul piano teorico, nonostante sia presente, una certa trasfigurazione del dato naturalistico e una certa artificialità nelle modalità di rappresentazione. Il momento dell’ aereo-pittura rimane, comunque, un linguaggio con una connotazione ben definita e una ricerca pittorica tipicamente italiana.

Il fulcro della mostra, però, ci sembra di poterlo individuare in quelle sezioni definite dalle curatrici “Roma tra le due guerre, Ritratti, e i Grandi Maestri”.

Così, nello scorrere l’ampio spazio che ha caratterizzato la cultura figurativa del secolo precedente dalla fine delle Avanguardie storiche sino a “Valori Plastici”, a “Novecento”, alle forme del “Realismo Magico” o ai primi esisti di Forma 1  poi “Origine”sino alla “scuola Romana”, troviamo autori come Donghi, Ferrazzi, Funi, Sironi, che dialogano e si confrontano con Cavalli, Pirandello, Capogrossi, Mafai, Scipione, o un  Marino Marini, Manzù,  Greco, in continuità con un Gemito, un Rodin e in campo pittorico con un Mancini, Bartoli… Analogamente troviamo Savino, DeChirico,  De Pisis, Carrà,… con  lavori che interrogano Gentilini, Morandi, Casorati, Severini, Turcato…..

C’è, insomma il meglio della pittura italiana del novecento, che  nel conflitto tutto pittorico, tra gli ultimi esisti novecenteschi e uno spirito più espressionista e astratto, contribuirono, nonostante i bui anni della dittatura, a dare all’arte italiana una visione più internazionale, meno intimistica e provinciale.

Ci basti osservare “Busto di Giovinetta” di Ettore Colla del 1926/27 in cui il richiamo alla scultura classica rinascimentale, dovuto alla proporzione delle masse sapientemente levigate tra spalle e volto o nelle morbidezza del capelli e delle trecce che acconciano il capo o nell’equilibrio compositivo tra luci ed ombre, non fa altro che esaltare il riferimento alla più moderna scultura francese di natura post-impressionista. Grazie a questo suo rigore e gesto compositivo, anticipa  la forza espressiva ed evocativa del suo successivo e grande momento posto bellico, tendente tutto verso l’informale e l’astrazione. In cui la plasticità degli elementi messi in campo troverà, grazie al rigore formale e compositivo e grazie agli equilibri di pieno e vuoto,  il senso più espressivo della scultura astratta di livello internazionale. Questo “ritratto di giovinetta” non solo affascina per il rigore ma per quell’apertura che già si offre verso future modalità espressive e che trascenderanno il puro dato figurativo e rappresentativo

Ma anche il “Cardinale decano” di Scipione del 1930 è un altro di questi capolavori. Nella sapiente rielaborazione poetica immersa in un ampio scenario simbolico, in cui l’amplificazione dell’azione del tempo sul corpo, il suo snaturamento, la cupezza della luce, nella sua “luminosità” rossastra, mostrano una visionarietà e una dimensione più che apocalittica, che va oltre il dato di realtà e diventa , nel suo insieme, preludio alla decandenza e al senso di  morte dell’Italia sotto la dittatura fascista. C’è, in quest’opera, tutta la Roma barocca con le sue luci ed ombre, certi tagli luminosi di  Goya o quelli più secchi di  El Greco e, insieme, la carnalità del fiammingo Rubens, ma c’è, in particolare, quella capacità di saper tradurre in pittura sogno e incubo, sacro e profano, e, contemporaneamente, il senso di corruttibilità, di precarietà del mondo reale.  

Usando i soli strumenti della pittura Scipione e tutta la Scuola Romana,  con tele come la serie delle “Demolizioni” di Mafai, ci mettono di fronte a quella visione pessimistica del modo che va sotto le tematiche dell’esistenzialismo in cui il senso dell’angoscia e della disperazione convivono con la pesante condizione storica che connota l’Europa tra il 1930 e il 1945.

Altre sono le tele su cui soffermarsi, ma una mostra è anche oggetto di visione. Per questo è una mostra tutta da vedere, tela per tela, autore per autore.

Una mostra  da centellinare perché sa mostrare, attraverso i diversi autori, uno spaccato della grande arte italiana  che ha fatto cultura a partire dalla storia, dai suoi fatti, dai suoi reali bisogni, prima che una semplicistica cultura di massa,  dell’omologazione e della globalizzazione, priva di qualsiasi memoria, la relegasse ad essere un semplice fenomeno  storico.

Al contrario ci sono in questa sapiente mostra, le radici pittoriche di tanta arte novecentesca e non solo italiana, e nelle tele riemerse, che ci auguriamo possano quanto prima avere una stabile collocazione museale, c’è il lento ma progressivo cammino della vita con i suoi esiti retorici e i suoi conflitti ma anche quel profondo humus di libertà e di creatività che rende piacevole il vivere e il linguaggio dell’arte.  A chi, poi,  si vuole porre, con le difficili parole dell’arte, a misurarsi con questo terzo millennio, così omologante e omologabile, l’esposizione si offre come un cammino di riflessione attorno alle  vere radici a cui attingere, per evitare di continuare ad essere  produttori di oggetti o di lavori visti solo come  strumenti di semplicistici e privatistici interessi di mercato.

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Pubblicato il 07 Aprile 2005
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