Il politico, il magazzino, l’imprenditore e la Finanza
La rubrica economica di Costantino Lazzari
Tende ad esserci una frattura fra lo Stato e il cittadino, ed è un peccato. Di fatto i politici non contribuiscono a rimarginarla: v’è sempre l’impressione che la loro prima preoccupazione non sia l’interesse comune, da perseguire anche a pena di impopolarità, ma la propria popolarità da raggiungere e mantenere con ogni mezzo di seduzione, con il correlato potere da conservare e consolidare.
Ma questo non è il tema. Sono stato indotto ad accennarvi dalla considerazione che un importante organo dello Stato, la Polizia Tributaria, è vissuto dal cittadino quale un nemico vessatore. Non è casuale che quando incroci una macchina e questa ti lampeggia, non si tratta di un avviso che hai qualcosa che non va o che c’è un incidente stradale, ma è un avvertimento che troverai un posto di blocco della Guardia di Finanza. Se la Polizia Tributaria non è considerata nella generale opinione quale un organo che opera nell’interesse della collettività, questa impressione è in assonanza con l’opinione indotta dal modo di gestire la cosa pubblica da parte della classe politica. E questo, come ho accennato sopra, è un peccato. Mi auguro che poco a poco le cose cambino: è un percorso che compete a entrambe le parti. Ma, come si suol dire, chi più ha più metta, e lo Stato ha più potere e possibilità, e più deve mettere. Cerca di farlo in modo direi schizofrenico: fa lo statuto del contribuente, e poi fa i condoni ripetuti. Mah.
Il tema è però il magazzino, le merci (materie prime o prodotti finiti) che a fine esercizio si trovano nella disponibilità dell’imprenditore. Un alto valore di inventario aumenta i profitti dell’esercizio, un basso valore li riduce. La valutazione delle rimanenze può essere quindi uno strumento utilizzato dall’imprenditore per stabilire un risultato che gli sia gradito. Spesso questo gradimento si riferisce all’ottenere un basso imponibile fiscale e quindi pagare meno imposte.
La valutazione delle rimanenze di inventario è dunque una materia del contendere fra fisco e imprenditore. Il fisco ha fissato norme che forniscano elementi di controllo e di giudizio, norme che, in certe condizioni, impongono la tenuta di registrazioni di magazzino. Nella realtà dei fatti, specialmente quando un magazzino è composto da molte voci, è facile che chi maneggia i materiali e deve compilare i buoni di versamento o di prelievo, sbagli codice. In tal caso risultano differenze fra il risultato delle registrazioni e la reale esistenza fisica dei materiali. Per certi codici la esistenza contabile è maggiore del reale, per altri codici è inferiore. L’atteggiamento del fisco è adamantino: i materiali esistenti in più del saldo contabile si considerano acquisti effettuati senza fattura, i materiali esistenti in meno, si considerano vendite senza fattura. Comunque e in ogni caso si tratta di evasione di IVA, con le conseguenti sanzioni. Poi l’imprenditore può discutere, analizzare i possibili errori, spiegare, e talvolta riesce a convincere.
Una circolare del Ministero delle Finanze del novembre 1981 (più di venti anni fa!) riguardo le scritture ausiliarie di magazzino faceva tuttavia la seguente premessa: «La tenuta della contabilità di magazzino costituisce una necessità operativa delle aziende commerciali ed industriali, in quanto consente un adeguato controllo dell’andamento della gestione, rappresenta uno strumento di vigilanza amministrativa e fornisce l’inventario contabile delle scorte. Per tali motivi è opinione corrente che le scritturazioni di magazzino si impongono alle aziende non per soddisfare a obblighi dettati dalle leggi civili o fiscali, ma per venire incontro a naturali esigenze richieste dalla stessa organizzazione dell’impresa».
Ecco un grande verità: una contabilità sistematica corretta è soprattutto uno strumento di consapevolezza per l’imprenditore. Questa è la sua primaria funzione. Se questa è soddisfatta, si soddisfano anche le esigenze fiscali e civilistiche. Poi, nel gioco delle parti, entrano altre variabili: la buona fede, la diffidenza, l’accanimento, l’interesse di parte. Ah, quella famosa frattura considerata all’inizio, come si allarga!
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