Il grido di allarme di Montezemolo
Iniziato il periodo delle assise di Confindustria. Tra dieci giorni, il 6 giugno, in un clima di grave crisi economica anche locale, si terrà l’assemblea annuale di Univa
«Io sogno un paese con più innovazione, più concorrenza, più solidarietà». Una visione da nuova frontiera kennediana quella tracciata da Luca Cordero di Montezemolo al termine della sua relazione all’assemblea annuale di Confindustria.
Una relazione che mette ancora una volta la politica sul banco degli imputati. Il Presidente ha tenuto un lungo discorso che chiude con uno spirito di ottimismo, ma che è stato tutto incentrato sulla forte preoccupazione per la situazione economica e politica.
Montezemolo non ha girato intorno ai problemi generati da una politica chiusa nei propri interessi e non nell’interesse del Paese. «Troppi governi preoccupati più di farsi rieleggere a casa propria che di costruire una nuova casa per il futuro. Troppi politici avvezzi a scaricare sull’Europa responsabilità nazionali. Non è il Patto di Stabilità la causa della stagnazione economica. Se continuiamo a dire che è l’Europa la causa dei nostri mali, distruggiamo l’Europa e aggraviamo i nostri mali. L’Italia, per crescere, ha bisogno dell’Europa. E deve crederciù.
Il Presidente nel suo intervento non ha mai parlato di dazi, ne tanto meno di protezionismo. Cita due volte la Cina e ben 32 l’Europa. La sua preoccupazione rispetto alla situazione internazionale è evidente, mala sua lettura molto diversa da quella che spesso si legge e si sente anche per bocca di esponenti politici di primo ordine.
«In presenza di diffuse e comprensibili paure che derivano dall’esplodere della concorrenza cinese nel mondo. Ma la paura è sempre una cattiva consigliera. Invece dobbiamo reagire. Siamo convinti che debbano essere messe in pratica tutte le azioni necessarie in casi di crisi settoriale e a fronte di concorrenza sleale. L’Europa ha tutti gli strumenti: non perda tempo e li usi rapidamente».
La riforma delle professioni, l’immigrazione e nuovi sviluppi è per l’economia il pezzo centrale del suo intervento.
«La riforma delle professioni, concepita per immettere un po’ di concorrenza in questo settore, è stata prima snaturata al punto di introdurre nuove protezioni e poi accantonata. Tutto resta come prima: e non è un bene, perché perdiamo competitività internazionale anche in questo settore. E si rafforza la convinzione che l’Italia sia il regno delle corporazioni intoccabili. Soprattutto quando si avvicinano le elezioni". (…) "L’integrazione di domani si prepara oggi, sapendo che il percorso dell’immigrazione finisce con i diritti di cittadinanza e va considerato come un’opportunità". (…) "Lo dico forte: serve un grande progetto per il turismo, per farlo uscire dalla crisi in cui si dibatte e per farne un vero protagonista dello sviluppo nei prossimi anni, un protagonista a dimensione industriale. Natura, stile di vita e opere d’arte non bastano più. Senza promozione coordinata e centralizzata del "marchio Italia", senza prezzi concorrenziali e qualità del servizio, senza imprenditorialità siamo destinati a perdere altre posizioni».
E poi il forte grido di allarme per due questioni davvero preoccupanti.
La prima legata alla crescita e al costo del lavoro. «Vorrei citare solo due dati impressionanti. Negli ultimi cinque anni, dal 2000 al 2004, la produttività è aumentata in Germania del 10%, in Francia del 12%, in Italia è diminuita di quasi un punto e mezzo. Negli stessi anni, il costo del lavoro per unità di prodotto in Francia e Germania è diminuito, in Italia è aumentato di oltre il 12%».
La seconda, definita una vera emergenza nazionale è l’economia sommersa. «In Italia il tasso regolare di occupazione è il più basso d’Europa. Un numero troppo esiguo di persone contribuisce alla produzione di vera ricchezza. Nello stesso tempo abbiamo una dimensione abnorme dell’economia sommersa, soprattutto nel Mezzogiorno, che alcune stime collocano intorno al 25% del prodotto interno lordo. Si tratta di un fenomeno gravissimo, di una vera emergenza nazionale, nei cui confronti non è più tollerabile alcuna indulgenza. Si tratta di concorrenza sleale, basata su abusi ed elusioni di legge, che rischia di penalizzare le imprese sane e corrette che giocano secondo le regole. Si tratta di una colossale quota di ricchezza sottratta al fisco e alla collettività».
La ricetta di Montezemolo vede ancora «l’industria come colonna portante della nostra economia, ma da troppo tempo è stata trascurata, quasi dimenticata, se non addirittura contrastata. E oggi se ne pagano le conseguenze».
Ma questo dipende anche dalla politica e qui si è levato un vero urlo. «A maggioranza e opposizione dico: togliete la testa dalle urne elettorali. Fate scelte di rigore orientate allo sviluppo e alla competitività internazionale che sono le chiavi del nostro futuro».
Colpisce la chiarezza e la fermezza di alcune parti della relazione. Lascia qualche dubbio una quasi totale assenza di autocritica, quasi che tutto il mondo delle aziende fosse solo soggetto passivo degli errori altrui e non fosse compartecipe della gestione economica del Paese. E dire che una bella mano gli era arrivata già dal sindacato. Basti pensare alla posizione del segretario della Uil che la sera prima a Ballarò aveva parlato della necessità di rivedere il sistema delle tassazioni proprio perché in questo momento la maggiore ricchezza è prodotta da rendite e immobiliari mentre la imprese manufatturiere scontano una visione vecchia che le "tartasserebbe" perché produttrici di forti profitti. Storia che negli ultimi vent’anni è certamente cambiata e in modo radicale senz vedere un impegno diverso da parte della politica.
Le reazioni del mondo politico nazionale non si sono fatte attendere. Troppo forti i toni e troppo diretti certi discorsi. Per casa nostra, ora non ci resta che attende dieci giorni quando Montezemolo sarà ospite dell’Unione industriale che terrà come ogni anno la sua assemblea annuale a Ville Ponti. La situazione del Varesotto è forse anche più ingarbugliata perché alla crisi economica fa eco una situazione politica del tutto anomala rispetto al resto d’Italia. A Roma Montezemolo ha potuto tenere una relazione senza citare neppure una volta la parola federalismo. Non è certo il tema centrale, ma dopo anni che questa parola era tra le più usate ora cosa succederà a Varese?
«L’economia italiana attraversa la stagione più difficile dal Dopoguerra: non solo per la lunga catena di dati negativi, ma soprattutto perché sembrano smarriti lo spirito e la tensione collettiva degli anni migliori e spesso perfino le basi della convivenza civile. Schiacciati dal presente, divisi sul passato, rischiamo di prestare poca attenzione al nostro futuro. Serve uno sforzo di visione. Serve una capacità di leggere i fenomeni per costruire il domani. Serve una volontà di emergere dal quotidiano: non per sfuggirlo, ma per poterlo affrontare meglio, con una mappa che indichi una strada».
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