Dieci anni fa il massacro di Srebrenica

Circa ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci assassinati dai serbi l'11 luglio 1995; una vergogna incancellabile per l'Europa e l'ONU che non seppe impedirlo

Carla Del Ponte, la giudice ticinese procuratore generale della Corte di Giustizia dell’Aja per i crimini nell’ex Jiugoslavia, dell’Aia, oggi non ci sarà. Almeno fin quando anche Radovan Karadzic e Ratko Mladic, i mandanti, non saranno nelle sue mani per essere processati e condannati, ha mandato a dire; altrimenti proverebbe vergogna al cospetto dei parenti delle vittime. Invece altri cinquantamila, bosniaci e non, verranno alla grande commemorazione annuale del massacro di Srebrenica, l’ignobile episodio di "pulizia etnica" in cui le milizie serbe di Bosnia trucidarono ottomila uomini e ragazzi musulmani dopo la caduta della città assediata, l’11 luglio 1995. Donne, bambini, vecchi, dovettero invece abbandonare la città e aprirsi la strada verso Tuzla, all’interno delle linee bosniache, con un’autentica anabasi – la "marcia della morte" – attraverso foreste e montagne zeppe di mine, cecchini e pattuglie serbe. Delle appena 19 persone sotto accusa per il massacro da parte del Tribunale Penale Internazionale, solo sei sono in carcere in Olanda, tutti già condannati a pesanti pene detentive. Mentre l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic è sotto processo all’Aja, in pratica come mandante dell’intera "guerra dei dieci anni" che ha sconvolto l’ex Jugoslavia, i due capi dei serbi di Bosnia responsabili di questa ed altre innumerevoli stragi, il politicante Karadzic ed il militare Mladic, sono tuttora latitanti tra Bosnia, serbia e Montenegro, protetti da amicizie importanti e connivenze che perdurano tuttora: da qui la protesta della giudice Del Ponte.

Srebrenica fu assediata fin dal 1992 dsalle milizie serbo-bosniache. Il comandante delle truppe ONU, il francese Philippe Morillon, era riuscito nel 1993 a trasformare alcune isolate città musulmane della Bosnia orientale, sotto assedio, in "zone protette" ONU; quanto valesse questa protezione si vide nel luglio 1995. Le poche truppe delle Nazioni Unite  presenti a Srebrenica (un centinaio di soldati olandesi) non furono in  grado, non vollero opporre resistenza  – un suicidio, contro l’orda degli assassini – e impedire la strage, salvando la propria vita ma non l’onore. L’Europa aveva da tempo dimostrato di non avere la volontà di porre fine al mattatoio ex-jugoslavo, essendo divisa al proprio interno circa il da farsi. Da qui anche il crescente disprezzo americano verso la "vecchia Europa", che ha portato all’attuale unilateralismo a stelle e strisce.

Oggi, come ogni 11 luglio, decine di migliaia di persone si riuniranno a Srebrenica (oggi, beffa dopo il danno, parte della Repubblica Srpska di Bosnia) per ricordare la strage, la peggiore perpetrata sul suolo europeo dal 1945, quando si spense nel sangue la Seconda Guerra Mondiale. Tra imponenti misure di sicurezza delle forze di pace, che dal 1996, dopo il decisivo intervento militare della NATO, controllano la Bosnia-Erzegovina insieme alle polizie locali, non meno di cinquanta delegazioni da altrettanti Paesi parteciperanno al grande rito funebre, officiato secondo l’uso islamico. Ci saranno i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Jack Straw, di Francia, Philippe Douste-Blazy, d’Olanda, Bernard Bot, di Svezia, Laila Freivald, di Turchia (furono i turchi a portare l’Islam nei Balcani) Abdullah Gul, ma ci saranno anche il presidente del Tribunale Penale Iternazionale Theodor Meron, quello della Banca Mondiale, il "falco" del governo Bush Paul Wolfowitz, e il commissario europeo per l’allargamento dell’Unione, Olli Rehn.

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Pubblicato il 11 Luglio 2005
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