“La nostra Università in cattedra con Harvard”
Il rettore Renzo Dionigi dopo l’accordo con la Camera di Commercio fa un bilancio dei rapporti costruiti con il territorio e con il mondo accademico internazionale
Dalla sua apertura l’Università dell’Insubria ha quasi triplicato gli studenti. La sua offerta formativa si è allargata in modo significativo e continuano ad arrivare proposte per l’istituzione di nuovi corsi. Ma uno dei fiori all’occhiello è il rapporto avviato da tempo con la prestigiosa Università di Harvard, considerata la più importante del mondo. Una collaborazione che nasce dalle competenze in campo chirurgico del professor Renzo Dionigi, e poi estese anche ad altri settori accademici.
Inizia proprio da questo punto l’intervista con il rettore.
Come ha fatto l’Università dell’Insubria ad entrare in contatto con la prestigiosa Università di Boston?
«Tempo indietro sono stato chiamato per una consulenza in campo medico. Questa mia competenza professionale mi ha permesso di incontrare spesso i responsabili di diversi settori universitari di Harvard e così ho cercato di avviare una vera collaborazione. Abbiamo già portato otto loro professori a Varese».
Questa collaborazione riguarda solo Medicina?
«All’inizio era così, ora stiamo collaborando con il dipartimento di lingua e letteratura italiana, con quello di statistica, con la loro Law school. Un rapporto che per ora ha coinvolto solo i professori, ma che porterà anche vantaggi diretti per gli studenti. Uno scambio che oltre al prestigio ha anche risvolti istituzionali importanti. Abbiamo da poco presentato una richiesta di finanziamento al Ministero dell’Universttà in collaborazione proprio con Harvard».
Professore, nei giorni scorsi l’Università dell’Insubria ha stretto un accordo di programma anche con la Camera di commercio. Ci sono voluti molti anni. Alcune stagioni fa le chiedevamo proprio quali fossero i rapporti con il territorio. Oggi cosa è cambiato?
«La prima considerazione che mi viene da fare è che è venuta meno una certa ostilità. Noi all’inizio non siamo stati amati, anzi. Eravamo appena tollerati e questo non aiutava certo il nostro lavoro. Da tempo abbiamo avviato rapporti di maggiore collaborazione, la Camera di commercio ne è un chiaro esempio. Esisteva già una certa attenzione da parte loro, ma si concretizzava quasi esclusivamente con la facoltà di economia. Oggi credo invece che si possa prevedere uno sviluppo che coinvolga tutte le nostre facoltà a partire da quella di scienze che vede la presenza di diverse discipline».
Ma questo in concreto cosa può significare?
«Noi possiamo avere un ruolo importante anche per le imprese. Possiamo fare ricerca e diventare quindi una risorsa davvero utile. Dobbiamo andare anche oltre la semplice relazione legata agli stage o a qualche tirocinio. Dal mondo economico possono arrivare proposte e sollecitazioni anche per avviare nuovi corsi di studio. A questo proposito qualcosa si sta muovendo e soprattutto dal saronnese arrivano importanti input».
Il nostro territorio non è ancora caratterizzato dalle Università. E dire che sono poche le realtà che possono vantare ben due Università e una proposta formativa così ampia e qualificata. Come mai si fatica all’esterno a far conoscere questo lato del Varesotto e non solo?
«È una domanda importante. Se pensa al buon lavoro della Liuc, ad alcuni livelli che noi abbiamo raggiunto anche dall’estero, mi viene in mente giurisprudenza a Como a cui partecipano molti studenti ticinesi, e da ultimo a Medicina e ai rapporti con Harvard, la risposta non è semplice».
Non sarà che proprio la presenza di Medicina abbia drenato troppe energie e risorse?
«Certo! Ma è così ovunque. Dove negli atenei è presente questa facoltà il livello di qualità è alto, ma le altre facoltà ne risentono. Medicina assorbe tanti professori e tanta parte dell’organizzazione. Questo sta facendo discutere a più livelli tanto che si parla spesso della possibilità di scorporarla dall’Università e fondare dei politecnici medici».
Però sembra che non ci sia solo un problema di risorse e di organizzazione. L’Università farà salire la qualità ma determina anche dei conflitti forti tra i medici ospedalieri e quelli universitari. Come mai?
«Anche questo è un problema reale, ma anch’esso tipico delle realtà dove è presente l’Università. Oggi comunque il problema è molto meno accentuato del passato. È un prezzo però che permette di avere una qualità senza dubbio alta. Fare il medico oggi è molto più difficile del passato e la nostra professione viene svolta in condizioni molto delicate e c’è davvero troppo stress».
Torniamo alla nostra Università. Come vede il rapporto tra i due territori di Varese e Como?
«I rapporti con gli enti pubblici a Varese sono più semplici. Como ha la presenza anche del Politecnico che mette le istituzioni nella condizione di prestare attenzioni anche a questo. Ma non credo sia solo questo. Certamente ho delle responsabilità anche io perché stando a Varese ho più rapporti con questo territorio che non con il mondo lariano».
All’inizio di questo colloquio si è trattato del rapporto con Boston. Harvard può vantare un’attenzione forte da parte dei cittadini, da noi non si potrebbe pensare a un maggior coinvolgimento, magari con una organizzazione che affianchi l’Università?
«A Boston è ormai un fatto naturale che i cittadini facciano dei lasciti all’Università. Lo fanno perché i contributi vengono defiscalizzati, ma anche perché sentono come loro il mondo accademico. Da noi non è così. Mi parlano spesso dell’esigenza di fare una fondazione, ma poi in concreto non ci si rende conto che perché questa abbia una ragione occorrerebbe avere contributi sostanziosi. Ha presente la nostra realtà? Vede soggetti disposti a finanziare le nostre attività? Io francamente no! Devo ringraziare l’attenzione di diversi enti. Basti pensare alla Provincia che ci ha donato questo edificio e i terreni su cui sta nascendo il campus, ma questo non basta. Occorre una partecipazione diversa che qui non c’è».
Ma questo non è causato anche dal mondo accademico? Non le sembra che spesso ampi settori dell’Università vivano davvero in fortini e che la città nemmeno conosca quello che si propone e si fa? Ci sono corsi di laurea davvero poco conosciuti…
«È vero. Comunichiamo poco anche là dove abbiamo corsi che trattano della comunicazione. È un nostro problema da sempre, ma non si risolve facilmente. Occorre valorizzare di più quello che facciamo anche perché non solo non è poco, ma è anche di altissimo livello. Abbiamo fatto importanti passi avanti, dobbiamo continuare a farne e aprirci ancora di più».
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