«Giusitizia riparativa, che sia l’inizio di un percorso»
Consegnati gli encomi al valore civile ai detenuti che hanno rimesso a nuovo il sottopasso di piazza Trieste
«Speriamo che questo lavoro di ri-socializzazione sia solo l’inizio di un percorso». L’opinione è comune: istituzioni e detenuti del carcere di Varese sono d’accordo nel sottolineare l’importanza del programma “Giustizia riparativa”. Programma applicato per la prima volta a Varese tra il 19 e il 26 settembre e che ha visto protagonisti cinque detenuti del carcere Miogni che, nel sottopasso pedonale di via Trieste, hanno pulito e imbiancato gratuitamente tutte le pareti. Il materiale necessario ai lavori è stato fornito dal Comune di Varese. Questa mattina, invece, si è svolto nella circondariale di Varese, l’incontro di chiusura dell’iniziativa, durante il quale sono stati consegnati ai detenuti gli encomi al valore civile per il lavoro svolto.
«Si è trattato di un esperimento per tentare di trovare una collocazione, anche nella fase dell’esecuzione della pena – ha spiegato il direttore del carcere Gianfranco Mogelli -, dei principi della Giustizia riparativa e mediazione penale, allo scopo di completare la risposta al reato, affiancando allo strumento tradizionale, quello della privazione della libertà, anche strumenti che consentano al detenuto di riallacciare i rapporti con la società».
«L’idea della Giustizia riparativa è stata rilanciata lo scorso anno – ha proseguito la dott.ssa Cassano del Provveditorato Regionale dell’amministrazione penitenziaria -. Personalmente per queste operazioni preferisco usare il termine ri-socializzazione piuttosto che ri-educazione, perché il detenuto può simbolicamente recuperare il rapporto con il mondo esterno». «È sicuramente stata una prima sperimentazione che ha riscosso un ottimo successo – ha continuato la dott.ssa Scarpinato, direttore del centro servizi penitenziari di Como -. È importante sottolineare il percorso di questi detenuti per eseguire questo lavoro hanno anche rinunciato a vedere i famigliari. Infatti per poter fare questo lavoro hanno usufruito di permessi premio che avrebbero potuto utilizzare in altra maniera. Così facendo abbiamo dato loro la possibilità di ricostruire quell’equilibrio con la società, rapporto che si era interrotto con la detenzione. Ricordiamo che il problema della pena è un problema di tutti».
A nome dei detenuti ha preso la parola Camillo Castro, uno dei cinque uomini che hanno eseguito i lavori nel sottopasso: «Lo scopo è stato pienamente raggiunto, abbiamo tutti partecipato con spirito collaborativo, essenziale per il nostro percorso di ri-socializzazione. Speriamo che in futuro vi siano altri progetti come questo che ha permesso a noi detenuti di fare un ulteriore passo verso una vita più dignitosa, per una presenza nuova nella società».
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