La Boeing e un po’ di polemica nordista

La visita allo stabilimento della grande impresa che produce l'aereo più grande del mondo

Oggi ho visitato una delle meraviglie tecnologiche dell’umanità: lo stabilimento della Boeing di Seattle.

Accompagnato da un dirigente delle relazioni internazionali, ho passato quasi cinque ore all’interno dell’edificio più grande del mondo.

Non posso neanche tentare di descrivere le dimensioni di un simile colosso, né posso mostrarvi foto che non mi è stato consentito di scattare. Non tenterò pertanto descrizioni che non renderebbero le dimensioni né il senso di esaltazione che si prova vedendo che cosa è in grado di costruire l’uomo.

Qui si producono i Boeing 367, il nuovo 777 e sua maestà, il 747, l’aereo più grande del mondo. Qui le porte sono grandi come un campo di calcio messo verticale. Qui i carri-ponte sono in grado di sollevare per trenta metri pesi di 120 tonnellate.

Non c’è altro da dire, se non che ci si sente come Gulliver nel paese dei giganti.

Ma ci si sente anche parti di un unico grande sogno – il volo – quando si scopre che tra i componenti che giungono da ogni parte del mondo ci sono tanti pezzi italiani. E quando ti spiegano come l’Alenia di Torino (gruppo Finmeccanica) parteciperà alla costruzione del prossimo colosso, il 787, destinato a diventare l’aereo più diffuso e utilizzato.

Orgoglio sì, ma anche rammarico quando ti dicono che l’Alenia ha scelto di costruire il nuovo stabilimento in Puglia, (600-800 occupati) ma che loro sono preoccupati per i ritardi, perché lì non avranno addetti esperti, né ingegneri collaudati. Hanno paura che la partnership possa rivelarsi  infruttuosa.

Il rammarico diventa rabbia quando ti dicono (ridendo e con un po’ di presa in giro) che dove hanno fatto lo stabilimento non arrivavano né auto né aerei, e che stanno costruendo sia la strada che la pista di atterraggio e di decollo. E poi che hanno dovuto estirpare ettari di ulivi secolari, con un alto costo per non danneggiarli e ricollocarli altrove.

Ma con tutti i soldi spesi non si poteva incentivare la produzione dell’olio? E lo stabilimento collocarlo in uno degli immobili che Finmeccanica ha già tra Torino e Sesto Calende, Somma o Venegono. O magari anche ad Arese, dove ci sono fior di tecnici in esubero?

L’avessero deciso i pugliesi con i loro soldi, vabbè. Ma lo fanno i romani della Finmeccanica con i nostri.

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Pubblicato il 20 Ottobre 2005
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