«Così abbiamo rimesso a nuovo il Cremlino»

Verrà presentato martedì 29 un libro che racconta, tra l'altro l'opera di Mimosa, una azienda artigiana famosa nel mondo

Il made in italy non è fatto solo di vestiti e spaghetti, ma anche e soprattutto di lavoro artigiano ad altissimo livello, che dà quel tocco in più alle opere più prestigiose. Anche il made in Varese è così, e a testimoniarlo martedì 29 novembre alle 18 alle Ville Ponti ci sarà la presentazione di un libro singolare"Firenze nel cuore del Cremino". di Laura Lodigiani. L’opera racconta i lavori di restauro del celebre palazzo moscovita, realizzati nel 1999 da alcune aziende artigiane italiane, prevalentemente fiorentine. Ma che ha visto tra i principali protagonisti la varesina "Mimosa international", azienda artigiana che ha sede a Varese  ma che opera ristrutturazioni ad altissimo livello in tutto il mondo.

Ad anticipare parte di quella storia, che nella serata verrà raccontata anche da materiale video realizzato nelle straordinarie sale nel corso della restaurazione, è Claudio Mezzanzanica, che di Mimosa ne è il titolare.

«Quando il Cremlino è stato dichiarato dall’Onu patrimonio dell’umanità, il governo russo ha deciso di ripristinare le due sale smantellate durante lo stalinismo per far posto ad un’unica enorme stanza, che faceva da sede del comitato centrale – spiega Mezzanzanica – . Per fare questo si rivolse alla scuola di restauro di Firenze. Fu in quell’ambito che consigliarono la nostra società per le ristrutturazioni edilizie».
La consuetudine russa di rivolgersi ad artigiani italiani per realizzare le loro opere più importanti è ben radicata: fino dal seicento ci sono testimonianze di "trasferte" prestigiose, di artisti inviati in russia dai papi dell’epoca e mai più restitutiti all’Italia "costretti" a rendere belle le città russe. Niente di strano perciò, che il Governo si sia rivolto alla scuola di restauro della cula dell’arte, Firenze. Un po’ meno lo è che per una delle parti più importanti,  superfici marmoree colonne e muri, si sia ritrovato a Varese.  

«All’inizio, a dire il vero, il rapporto sembrava non andare in a buon fine. Una volta fatto il colloquio con i committenti, scoprimmo che volevano un lavoro fatto con la scagliola, un tipo di materiale composto da gesso e polveri di marmo, molto raro da produrre. Considerata la quantità richiesta per la sala, abbiamo detto loro che ci avremmo impiegato due anni, mettendo al lavoro tutti gli artigiani produttori d’Europa. Ci dissero che non erano d’accordo, che lo volevano in 12 mesi al massimo e quindi non se ne fece nulla. Ci richiamarono però dopo 20 giorni e le dovute verifiche: si erano resi conto che avevamo loro spiegato il giusto, e – colpiti anche dalla sincerità delle nostre previsioni – ci ripresero».

La prima vista delle sale da restaurare non fu proprio consolante: «Quando siamo entrati, la sala era assolutamente spoglia, in una situazione desolata. Per ricostruirla come nell’ottocento, ci hanno fatto vedere due dipinti dell’epoca e del materiale adoperato per arredarla, e ci hanno chiesto di ripartire da lì. Fortunatamente, in seguito, dall’Inghilterra arrivarono foto degli anni trenta che documentavano lo smantellamento di quella sala. Solo con l’aiuto di quelle foto riuscimmo a ricostruire più correttamente i particolari».

Fu così che cominciò un’avventura lunga 13 mesi, su 1600 metri quadri di pavimento e soffitti alti 16 metri: una superficie enorme. Per i lavoratori, una vera e propria ascensione giornaliera, su e giù per le scale utilizzate per il restauro. E il problema più grande?
«Le donne. Tante, tutte disponibili, che mandavano al manicomio i lavoratori italiani in trasferta. Ho visto andare nei guai più di una famiglia, sparire ditte intere, impazzire persone correttissime. Alla fine abbiamo registrato persino tre matrimoni, ma la situazione è stata critica, in certi tempi. Tant’è che per evitare problemi simili, noi della Mimosa erano organizzati militarmente. Niente libere uscite, tutti sotto controllo».

Una politica vicente: è stata infatti proprio la concentrazione sul lavoro, l’attenzione alla parola data a dare i risultati e fare della Mimosa la azienda che ha stazionato di più (tredici mesi, contro la media di uno delle altre aziende) nello storico palazzo russo: «E’ stata una grandissima soddisfazione, anche per la stima che abbiamo acquisito dal governo russo. Dopo il nostro primo colloquio, siamo stati ricontattati e assoldati e da allora non abbiamo più avuto problemi. Anzi abbiamo anche acquisito grandi privilegi, come quello di poter entrare nel Cremlino per lavorare senza i limiti di sicurezza richiesti agli altri o essere esentati dalle riunioni settimanali, che avevano più che altro una funzione di controllo dello stato dei lavori».
Un rapporto di fiducia non scontato, quindi: «Gli italiani hanno un problema di credibilità all’estero, perchè ci sono fior di aziende italiane ad ogni livello che cercano di "tirare pacchi" per straguadagnare sul lavoro che fanno, spesso già ben pagato. Aziende che lavorano male perchè cercano di approfittare di ogni cosa. E che rovinano la reputazione complessiva delle aziende italiane, che sono ancora in grado di realizzare opere importanti con capacità  superiori agli altri. La nostra esperienza dice che questo potenziale è ancora intatto, e che non andrebbe sprecato con scorrettezze professionali».

Basterà però l’attenzione alla correttezza del lavoro, per ridare credibilità alle aziende italiane?
«
No, a questa potenzialità le aziende italiane devono aggiungere la capacità di marketing e una struttura finanziaria».

In che senso, “struttura finanziaria”?
«Le rispondo con un esempio: poco dopo la questione Cremlino fummo contattati, insieme ad altre aziende italiane, per la ristrutturazione del teatro Kirov di San Pietroburgo. La Russia aveva solo un quarto dei soldi disponibili per la ristrutturazione: per il resto, era disposta a cedere in cambio le royalties sul petrolio trasportato nello Stato a chi si prestasse a restaurare l’opera. Per noi non ci fu alcuna storia: provammo a contattare alcune banche ma non ci diedero neanche retta. La commessa, che tra l’altro era di circa 50 milioni di euro, andò poi a un consorzio di aziende tedesche, meno qualificate del pool italiano, ma che trovarono subito una banca che si accollò il rischio».

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Pubblicato il 28 Novembre 2005
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