George Best è morto. Non riesce l’ultimo guizzo del campione
Il 59enne nordirlandese si è spento nel letto d’ospedale del Cromwell Hospital di Londra
Rimarrà solo il ricordo delle sue gesta sportive e della sua maglia numero 7, portata rigorosamente fuori dai pantaloncini. George Best non ce l’ha fatta, si è spento nel letto d’ospedale del Cromwell Hospital di Londra, dove era ricoverato da tempo per i problemi al fegato che l’ex stella del Manchester United si trascinava da anni, a causa di una delle sue due passioni più grandi e pericolose, l’alcol. L’altra era quella per le donne. Memorabile una sua frase: “Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l’ho sperperato”.
"The Best" è nato a Belfast, nell’Irlanda del Nord, il 22 maggio 1946. Il suo debutto nel tempio del Manchester United, l’Old Traffrod, fu contro il West Bromwich, a soli 17 anni. In carriera vinse per 5 volte la classifica cannonieri in Premier League, giocò 10 anni con i Red Devils, disputò 361 partite, segnando 137 reti. Vinse anche una Coppa dei Campioni, contro il Benfica di Eusebio, che il funambolo nordirlandese annichilì con una rete delle sue. Fu capace di realizzare ben 6 gol in un quinto turno di Fa Cup contro il Northampton, senza esultare, facendo anzi l’occhiolino al portiere avversario, coprotagonista di quell’impresa. Nella nazionale del suo Paese giocò 37 volte e segnò 9 gol. Fu premiato con il Pallone d’Oro a soli 22 anni, nel 1968.
Era un idolo. Fu soprannominato il “quinto beatle”. Amava le giocate azzardate, il rock, tentava sempre il dribbling, il suo passo era leggero, i cambi di velocità, sul tappeto verde come nella vita. Non amava gli schemi, le briglie: teneva le stringhe degli scarpini allentati, come a dire che anche la più piccola costrizione gli stava stretta. Non è mai stato un atleta: tornava tardi la sera, tra una donna incontrata per caso in un locale e troppi bicchieri di whisky: Spesso saltava gli allenamenti, ma in partita era sempre lui l’uomo capace di vincere da solo in qualsiasi momento.
Fra bevute, donne e spese folli ha bruciato un talento enorme, forse sproporzionato per un semplice ragazzo della periferia di Belfast, terra di operai e lavoratori poco avvezzi a maneggiare migliaia di sterline. Ha conosciuto il carcere, nel 2002 ha subito un trapianto di fegato, che però non è bastato a salvarlo. Dal letto di morte un ultimo consiglio per i suoi giovani tifosi: “Non morite come me. La mia condizione sia da monito per tutti voi”.
Rimarrà la gioia di poter chiudere gli occhi e ricordarlo scattare sul prato dell’Old Trafford. Un columnist inglese ha scritto: "Ci sono due modi per ricordare George Best: il primo vi causerà rabbia, rimorso, dolore per non aver visto questo immenso giocatore esprimere tutto il suo formidabile e inarrivabile talento; la seconda vi porterà gioia, un’incredibile stato di estasi e la privilegiata opportunità di aver potuto ammirare uno dei più grandi artisti sportivi mai apparsi sul pianeta”. Noi preferiamo di gran lunga la seconda.
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