Il lavoro nel mondo che cambia
Come affrontare l'individualismo imperante nel mercato che travolge comportamenti, relazioni e compromessi consolidati nel tempo? Lo spiega in questo libro Ronald Dore

"Il lavoro nel mondo che cambia" di Ronald Dore, un testo agile che raccoglie una serie di conferenze svolte dall’autore nel 2003 in occasione dell’appuntamento che celebra l’assegnazione all’Organizzazione mondiale del lavoro del premio NOBEL per la pace del 1969, rappresenta senz’altro un contributo di alto livello rispetto alll’analisi delle tendenze che caratterizzano l’egemonia del neoliberismo.
Premesso che l’autore è tra l’altro uno studioso delle differenze tra i vari modelli di capitalismo, non ignaro del peso dei rapporti di forza e quindi della dimensione e centralità della lotta di classe, sullo scorta della lezione di K. Polany la sua riflessione si muove a partire dalla constatazione che si va verso "un crescente sradicamento dell’economia dei controlli sociali" e dall’emergere di un potente individualismo di mercato in grado di travolgere comportamenti, relazioni e compromessi consolidati nel tempo grazie anche alle lotte sindacali.
È con gli anni ’80 per Dore che si diffonde il verbo neoliberale, per via dell’aumento della schiera degli economisti dentro alle facoltà universitarie che "credono ciecamente al fondamentalismo neo -classico", dentro però ad un quadro mondiale segnato da una cultura egemone che tende ad omogenizzare tutti i processi socio – politici.
Per questa cultura egemone appare naturale la propensione ad una maggiore libertà di assumere e licenziare, nonché a rendere meno rigida la legislazione in materia di protezione del lavoro e ad intensificare ed allungare la giornata lavorativa.
A questo proposito assistiamo non solo ad una crescita del lavoro straordinario, ma in antitesi ad un secolo che dal 1891 al 1980 ha visto una tendenza di lungo periodo alla riduzione delle ore lavorate medie nel corso della vita lavorativa, emerge una controspinta che unisce consumi e bisogni di nuova generazione a lunghe giornate lavorative.
Inoltre le nuove filosofie manageriali tendono ad esaltare quel che è bene e valore per gli azionisti a discapito del benessere dei dipendenti, ritenendo superfluo e da abbattere il potere contrattuale dei sindacati.
Allo stesso modo la nascita dei servizi e dei mercati finanziari ingenera una corsa all’avidità e al dissolvimento di qualsiasi etica, unitamente ad un divaricazione pari a 1000, rispetto al valore 39 del 1970, tra il reddito degli amministratori delegati delle multinazionali e la retribuzione dei lavoratori dipendenti.
Questa polarizzazione intrinseca al modo di produzione capitalistico, determina altresì "un aumento della tolleranza nei confronti delle disuguaglianze", che traducendosi in un indebolimento dei legami di solidarietà e della corrosione di un certo tipo di mentalità collettiva, è il corrispettivo strutturale dell’egemonia neoliberale.
Ovviamente non si può trascurare che la solidarietà era anche la risposta più sentita e immediata alla povertà e al regime di privazioni susseguenti alla depressione degli anni ’30 e agli esiti drammatici della seconda guerra mondiale, mentre progressivamente si è affermata una società dell’opulenza che ha scatenato gli spiriti animali e individualistici.
Resistere dentro a questo quadro è quindi una impresa non semplice, se si considera che l’abbandono delle produzioni di massa ha determinato un indebolimento del potere sindacale e soprattutto laddove "la politica basata sulle classi ha perso d’importanza, i governi di centro sinistra si sono convertiti alle ragioni del mercato esattamente come i loro antagonisti".
Ugualmente risulta contro natura quell’atteggiamento delle organizzazioni sindacali che asseconda, senza resistere, all’utilizzo delle forme atipiche sul piano contrattuale. Comunque, per Dore il mondo è tutt’altro che pacificato ed un’inversione di tendenza sul piano dei rapporti lavorativi e sociali non è affatto da escludere.
L’aumento dell’esclusione sociale, l’accentuarsi delle disuguaglianze e gli squilibri dell’economia mondiale possono determinare da un lato una nuova depressione dell’economia ed un discredito crescente del capitalismo globale, dall’altro una crisi della stessa egemonia neoliberale e un rilancio delle istanze egualitarie e fondative del movimento operaio .
Sempre venga riconsiderata la funzione sovrana degli stati, che restano in grado "di prendere decisioni indipendenti" come quella relativa al controllo dei movimenti dei capitali (vedi i casi della Malaysia e della Cina), pur nella loro incorporazione in organizzazioni sovra-nazionali.
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Ronald Dore
"Il lavoro nel mondo che cambia"
Il Mulino
pag. 108
€ 10,00
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