Il tessile cinese, una battaglia tra italiani
Parla Enrichetto Ghezzo, referente provinciale del settore moda per l’Associazioni Artigiani è innanzitutto un imprenditore del settore
Enrichetto Ghezzo (nella foto), referente provinciale del settore moda per l’Associazione Artigiani, è innanzitutto un imprenditore del settore, uno che queste cose le vive “sul campo”: patron della Tessilnova Carnago, una azienda tessile artigiana che realizza tessuti per camiceria, ha 7 addetti di cui ben 4 familiari.
Una tipica storia varesina, che di microaziende tessili è intessuta da oltre 100 anni.
E che vive come tutti gli altri le difficoltà di questo momento, che hanno convinto l’Associazione Artigiani alla petizione per ottenere il "Made in Italy".
«Da artigiano tessile, da sempre vivo questo dramma sulla mia pelle – spiega Ghezzo – Con l’accordo multifibre sono state messe in ginocchio le nostre aziende, perchè non riusciamo a competere con la Cina e allo stesso tempo non riusciamo a riconvertire le nostre aziende. Cosa si può fare, l’avevamo previsto da qualche anno, ricordo un convegno nazionale nel 2003 che chiedeva il made in italy della produzione. Ora emettiamo il grido di aiuto».
Ghezzo a ragionarci con la Cina ci ha pure provato:«Io fui un precursore delle relazioni con quel paese: andai a Pechino nel 1997 per i primi incontri imprenditoriali Italia Cina, con lo scopo di cercare di capire come collaborare per poter sperare nel grande bacino di clienti potenziali. Da quell’incontro capii questo: che il governo cinese puntava in generale ad acquisire il know how del Made in Italy, poi che puntava fortemente sulle joint venture, che non è altro che portare fisicamente a casa loro la nostra tecnologia e capacità lavorativa. Il risultato è stato che quando i principali imprenditori italiani hanno fatto quello che loro gli hanno chiesto, attirati dalla clientela, si sono ritrovati ad aggredire non il mercato cinese, ma quello occidentale con i prodotti realizzati lì».
Sembra che il “campo di battaglia” per la difesa del tessile si sia già spostato, a questo punto: non è più una questione di contraffazioni e copie di marchi famosi, ma una bizzarra sorta di concorrenza interna ai marchi occidentali…
«Sì, ed è una battaglia assolutamente dura da combattere, perchè il "nemico" ormai non sono più i cinesi, ma gli industriali che hanno già delocalizzato in Cina e vendono da là nei mercati tradizionali. Proprio per questo il discorso della marchiatura, del “made in italy” della produzione, infastidisce anche loro».
Quella del tessile allora rischia di diventare una battaglia italiana?
«Si, rischia di diventare anche una battaglia tra “italiani”»
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