Di passaggio
Torna dopo due mesi di silenzio il diario di Matteo Astuti, volontario ad Addis Abeba
Di passaggio
Sono trascorsi ormai venti giorni da quando ho rimesso piede in quel di Varese, ma tuttora mi sento porre un quesito che, evidentemente, incuriosisce un po’ tutte le persone che mi sono vicine: «Ma come ti senti, com’è l’impatto con l’Italia dopo mesi trascorsi in una realtà così diversa?». Di primo acchito, con l’intento più o meno mascherato di strappare un sorriso, la risposta è: «Freddo!». Ma mi rendo conto che i più seri ed interessati non ci stanno, non gli può bastare una secca parola per spiegare sei mesi di vita in Etiopia, e allora insistono, estraendo dal cilindro stereotipi come il mal d’Africa o lo shock culturale.
È difficile dire come ci si sente a rientrare in quella che dovrebbe essere la tua realtà, che vorresti sentire tale, ma che non sempre riesci a fare tua. Sono contento di rivedere i volti, ascoltare le voci che mi hanno accompagnato nella vita, ricominciare a scherzare e a sorridere, utilizzando i codici tipici della nostra cultura. Ma dire che mi sento a casa è un po’ esagerato. Non vorrei che queste mie parole diano la sensazione che abbia il desiderio di darmi un tono o di mantenere ad arte un certo distacco. La verità è che mi sento decisamente “di passaggio”, che mi rendo conto che in sei mesi tante cose cambiano, o quanto meno, tante cose sono cambiate, soprattutto nella mia vita personale e relazionale.
Mi rendo altresì conto che in questi pochi giorni non ho il tempo materiale di adoperarmi per recuperare almeno una parte di quello che mi sono perso in queste tante settimane, anche perché l’essere di passaggio non è solo una condizione mentale, ma è la mia realtà del momento. Decontestualizzato, quindi, non perché in mezzo a volti bianchi dopo mesi di facce colorate, ma piuttosto perché sento di aver perso un tempo importante del vissuto delle persone a cui voglio più bene.
E Addis? Mi Verrebbe da dire che è là che mi aspetta, almeno nelle persone e nei volti che ho imparato faticosamente a conoscere e a cui ormai associo sensazioni e sentimenti veri. Vedere come i ragazzi mi cercano, nonostante le difficoltà di comunicazione anche solo per dirmi, nel loro stentato inglese, che mi aspettano e che gli manco, mi da indubbiamente serenità. Ecco, forse ho perso qualcosa qui, qualcosa che mi auguro sia recuperabile e che avrò tempo di recuperare, ma so di aver trovato tanto là, dove mi accingo a rientrare. Una volta conclusa questa esperienza… di passaggio.
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