Pallacanestro Varese, una crisi da risolvere

A Milano sono emerse tutte le carenze della squadra di Magnano. L'allenatore deve trovare al più presto le mosse per riattivare gli inguardabili Garnett e Collins

La bruttissima sconfitta patita dalla Whirlpool a Milano ha quasi azzerato la speranza varesina di prendere parte per il terzo anno consecutivo alla Final Eight di Coppa Italia, primo obiettivo stagionale dichiarato da società, tecnico e giocatori. Ora Varese è costretta a vincere entrambe i prossimi incontri (in casa con la Virtus ed a Teramo) sperando che una tra Udine ed Armani chiuda il girone d’andata con due sconfitte.

Un’ipotesi che alla luce della partita vista al Forum appare legata ad un evento soprannaturale più che alla capacità di questa squadra di risolvere in campo i propri problemi. Varese ha messo a segno 48 punti in 40 minuti, 4 nell’ultimo periodo con percentuali disastrose (15/55) e un saldo a rimbalzo di "meno 22". Dati utili a sottolineare una serie di carenze già emerse altre volte che però ieri sono balzate all’occhio in tutta la loro gravità.

I due massimi imputati sono, tra i giocatori, Marlon Garnett e DeJuan Collins. Il tiratore californiano, in particolare, viene da un intero girone d’andata con pochi squilli e tante stecche: il 37,4% nel tiro pesante (era al 48,1 l’anno scorso) è di per sé molto grave per uno acquistato per essere quel cecchino che a Varese manca da troppe stagioni. Ma non è solo la sua mira a preoccupare: Garnett non appare in grado di costruirsi tiri da solo, si sfianca nel cercare di sfruttare i blocchi dei compagni ma fatica a liberarsi là dove potrebbe colpire. E qui le sue colpe iniziano a dividersi con quelle dei compagni e dell’allenatore: il dubbio ricorrente dei tifosi è quello che lo schema disegnato da Magnano non sia adatto alle caratteristiche di "Money" o, in subordine, che i lunghi biancorossi non siano in grado di portare blocchi in modo incisivo.

I problemi offensivi però non si fermano qui. Spesso, troppo spesso, le azioni d’attacco appaiono congelate per lunghi secondi, con Collins a palleggiare da fermo davanti a quattro compagni indecisi su come muoversi. Il play, che a differenza di Garnett è risultato decisivo in più di un’occasione, sembra oggi incapace di dettare un ritmo al gioco della squadra, ciò che invece era tra le caratteristiche principale di Jerry McCollough che manca tanto a Varese quanto a Milano. E soprattutto ha interpretato la gara del Forum (al pari di Garnett) come una sterile sfida al tiro fuori equilibrio, piuttosto che a una partita di tattica contro la buona difesa ambrosiana.

In tutto questo emergono anche le responsabilità di Ruben Magnano, il quale non è riuscito nel dopo gara a spiegare l’incapacità dei suoi ad attaccare il canestro. Il coach ha parlato di problemi di "spaziature", di giornata nera in attacco che ha rovinato una bella prova in retroguardia. Tutto vero, tutto terribilmente simile a quanto già visto in altre trasferte, contro altre formazioni sballate (Roseto), mediocri (Capo d’Orlando) o alla ricerca di un’identità (Roma). Come se lontano da Masnago questa Whirlpool perdesse tutti i propri riferimenti. «L’approccio alle partite è sempre uguale, sia che si debba giocare in casa sia che si vada lontano» ha detto Magnano (foto, in sala stampa). Se non è la preparazione in palestra, qualche altro tarlo ci sarà. Una cosa è certa: non è possibile continuare con questi ritmi fatti di sconfitte e di cattivo gioco. Altrimenti bisognerà accontentarsi di una salvezza tranquilla, preludio di un’ennesima semirivoluzione estiva. Come una squadra qualsiasi, senza ambizioni di vertice, sponsor importanti (tanto da dettare il look, quelle maglie biancoblù tipo-Cantù, motivo di sfottò da parte dei fans dell’Olimpia) e proclami altisonanti che sviano i tifosi. I quali (nella foto in alto) anche a Milano sono stati fin troppo generosi, sostenendo i propri beniamini anche quando questi avevano già la testa negli spogliatoi, con quattro minuti ancora da giocare. 

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Pubblicato il 09 Gennaio 2006
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