“Questa città andrebbe amata”

Nelle nomination per il candidato alla poltrona di sindaco spunta il nome di Ivana Brunato. La segretaria della Cgil: "Sono lusingata ma la mia strada per ora è nel sindacato"

"Ringrazio quanti hanno pensato a me come possibile candidata per Palazzo Estense, ma la cosa non è possibile. Sono appena stata rieletta segretario generale della Camera del lavoro e la fiducia che mi è stata accordata non può essere disattesa. Sono lusingata, ma amo troppo il mio lavoro e il mio posto per ora è nel sindacato". Ivana Brunato però non si limita a spiegare le ragioni per cui non esiste alcuna "ipotesi Brunato" per il comune di Varese e fa alcune considerazioni sulla situazione della città.
Questo periodo si rischia di fare spettacolo intorno alle candidature a sindaco di Varese. Come quattro anni fa si continuano a rincorrere voci, ma è possibile che ogni volta si debba ricominciare da capo? Qual è secondo te il candidato ideale?
«Prima di tutto dobbiamo invertire alcune logiche. È singolare che ogni volta si cerchi il nome forte, il candidato ideale, ma non è questo l’aspetto prioritario. Occorre darsi un programma di lunga durata, invece esauriamo velocemente le esperienze e non si investe sulle persone. Quello che abbiamo alle spalle è stato un periodo difficile. La Lega governa ininterrottamente dal 1992 ed è ora di cambiare. I partiti devono investire sulle persone credibili invece troppo spesso assistiamo a giochetti inutili. Occorre essere compatti e sostenere chi ha fatto un buon lavoro in questi anni opponendosi con intelligenza alla giunta Fumagalli. Occorre trovare sintonie tra quanti vogliono candidarsi a governare in un altro modo questa città».

Continuità e impegno contraddistinguono il gruppo dei consiglieri uscenti e tra loro Alessandro Alfieri. Può essere lui il candidato?
«Certo. Alfieri ha lavorato bene e se c’è la sua disponibilità è il candidato naturale e va bene».

E l’ipotesi delle primarie?
«Ora è di moda parlare di primarie, ma dobbiamo tener conto che la questione in gioco non è solo quella della personalità del candidato. Inoltre le dimensioni della città non richiedono necessariamente le primarie a meno che non diventino un metodo di lavoro che garantisca la partecipazione, e quindi un elemento di reale democrazia».
Qual è la maggiore priorità per Varese?

Qual è la maggiore priorità per Varese?
«Una questione di primaria importanza è legata all’identità. Varese deve tornare a svolgere una funzione importantissima per tutto il territorio, essere capoluogo di provincia. È troppo tempo che invece non assolve a questo ruolo. In una fase così delicata e complessa è necessario che ci sia una reale sinergia tra le varie istituzioni. Ci sono già dei tavoli aperti che stanno lavorando in questa direzione, ma Varese deve fare la sua parte».

Perché sostieni che questo non sia avvenuto?
«La nostra è una provincia policentrica. Ci sono areee diverse e ognuno va per proprio conto. Varese deve entrare in relazione con la Provincia, con Gallarate, con Busto e insieme si costruisce altrimenti continueremo ad assistere a quanto abbiamo già visto e così perdiamo potenzialità. In altre provincie in cui c’è anche meno coesione sociale riescono, a prescindere da propri particolari interessi, a fare squadra insieme. Si guardi invece a quanto fatto finora. Gli elaborati teorici di Varese europea sono molto ambiziosi, ma che traccia c’è di quelle riflessioni? Nessuna perché non è pensabile che basti un documento, occorre lavorare e sviluppare reali sinergie».

Questo discorso si lega molto a quanto afferma Aldo Bonomi in due diversi articoli apparsi in questi giorni quando parla di questo territorio come di "distretto triste". È davvero così?
«Si, ha ragione Bonomi. È così perché non troviamo più la nostra identità. Una volta questo territorio era contraddistinto dall’industria, dalle sue produzioni. Potevamo fare dieci nomi di prodotti e la gran parte era realizzata qui. C’era una forte identità sociale e questo portava a una riconoscibilità immediata. Oggi la scommessa si gioca sulla trasformazione dell’identità e non sappiamo più come definirci. Non abbiamo trovato un vero referente del cambiamento. Verso cosa andiamo? Terra di turismo, di terziario avanzato a servizio delle industrie, o altro? Questa cosa non è da poco».

Cambiamenti che investono anche la città in modo diretto, ma qual è un altro aspetto che deve esser affrontato subito?
«La questione sociale. Anche qui ci sono stati dei cambiamenti enormi. La rete dei servizi è molto più fragile e se ne risente in modo forte. Cito due esempi chiari a tutti: gli anziani e l’infanzia. Gli assessori che hanno lavorato per il Comune hanno sempre affermato che va tutto bene e non è cambiato niente. Non è così! Oggi ci sono problematiche molto delicate e il fatto che Varese si svuoti è il segnale che la città è meno vivibile».

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Pubblicato il 19 Gennaio 2006
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