“Ciò che vide il maggiordomo”: quando il sesso è una commedia degli equivoci
Brambilla e Formicola all'Apollonio; da evitare per i bambini, da non perdere per i grandi. Terza replica domenica
«Chissà come diavolo hanno fatto a imparare a memoria battute così lunghe e complesse».
Sarà una domanda bizzarra, un appunto sciocco, ma è questa la prima cosa che viene in mente al recensore ancora seduto sulla poltroncina di velluto azzurro del teatro di Varese, alla fine di “Ciò che vide il maggiordomo”, la commedia diretta e interpretata da
Densa e veloce come un vaudeville, dall’umorismo sessuale gelido come solo un inglese può fare, “Cio’ che vide il maggiordomo”, il cui titolo risulta francamente misterioso una volta arrivati alla conclusione della storia, è infatti una commedia degli equivoci molto più complessa da interpretare che da vedere: per gli attori infatti significa continui cambi di identità e di genere sessuale (bravissima e leggiadra l’attrice che interpreta la segretaria – perno della storia), ma soprattutto battute da ricordare perfettamente, pena l’impossibilità di far ridere il pubblico, e monologhi buffi con terminologia psicanalitica (da segnalare i deliri scientifici del Formicola-psicanalista, chiosati da un “io sono uno scienziato, racconto i fatti, non devo spiegarne il perché, sennò sarei già al manicomio”) della durata di interi minuti.
Per lo spettatore, invece, la vita è semplicissima: ride in continuazione, non si distrae mai perché ogni minuto dello spettacolo ha la sua sorpresa, ogni tanto si riconosce pure nelle battute paradossali snocciolate con impressonante continuità.
Strano, o forse no. Sa di amaro infatti la conclusione di questa commedia esagerata, che si conclude con un “adesso raccogliamo le nostre cose, usciamo, e affrontiamo il mondo reale”: la vita borghese, della Londra degli anni ’60 come della provincia italiana nell’era del Grande Fratello, forse è più spaventosa da affrontare che un doppio incesto con due "non" morti ammazzati.
Una piece assolutamente gradevole la cui terza replica, dopo il successo delle prime due, è per domenica 19 alle 21 al teatro Apollonio: biglietti ancora disponibili, partecipazione altamente consigliata. Unica avvertenza: non portateci i ragazzini. C’è chi l’ha fatto, attirato dall’aspetto rassicurante del duo Brambilla-Formicola, e dopo pochi minuti è dovuto fuggire atterrito dalla prospettiva di dover spiegare tutti gli imbarazzanti argomenti affrontati nella pièce scritta da Joe Orton, la cui turbolenta e breve vita di autore teatrale negli anni della rivoluzione sessuale, una specie di Oscar Wilde del ‘900 ammazzato a martellate dal suo compagno nel 1967, è stata oggetto persino di un film di Stephen Frears, “L’importanza di chiamarsi Joe” .
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