Gli industriali affrontano con un forum il lavoro che cambia
L'incontro a porte chiuse tra imprenditori e sindacati è stato organizzato a Ville Ponti da Univa e "arbitrato" da Guido Palmieri, esperto di diritto del lavoro del sole 24 ore
Sono stati sostanzialmente tre i punti intorno a cui ha ruotato il forum dedicato al Lavoro che l’Unione industriali di Varese ha organizzato a porte chiuse stamattina, 12 aprile, alle ville Ponti. In una «Provincia di antichissima tradizione industriale che si deve confrontare con un nuovo scenario, dove il fattore lavoro diventa decisivo». Come ha definito Varese il moderatore dell’incontro, Guido Palmieri, giornalista del Sole 24 Ore esperto in diritto del lavoro, i punti cardine evidenziati sono il rapporto tra formazione e lavoro, il concetto di flessibilità o precarietà, e i nuovi modelli organizzativi.
Per ciò che riguarda la formazione, l’impressione è che le aziende, quelle che di formazione hanno più bisogno, abbiano sviluppato un vero e proprio percorso alternativo alla scuola “ufficiale”.
Malgrado la premessa di Raffaele Izzo, di AgustaWestland «La nostra azienda ha un alto fattore tecnologico – ha spiegato – perciò abbiamo un rapporto assiduo con le università e il politecnico di Milano, e da questo punto di vista abbiamo notato un’evoluzione significativa dei giovani ingegneri e un significativo miglioramento della formazione universitaria», il risultato poi è che senza una formazione aziendale specifica il “materiale umano” plasmato è insufficiente al mercato del lavoro, soprattutto ai livelli più alti: «Quello che conta di più nella formazione, è la parte in azienda – spiega Marino Uberti, della Alfatherm – In questi ultimi anni abbiamo avuto una collaborazione con Liuc per realizzarla, coinvolgendo più di 200 persone, un terzo della forza lavoro, per una formazione mirata alla realtà quotidiana».
«Noi siamo da 35 anni in un settore di frontiera, che trova poche risposte dal mondo della scuola – precisa Rinaldo Ballerio della Elmec informatica – La formazione per noi non è un “di più”, ma il piatto senza il quale non ci si siede al tavolo del poker. Fortunatamente i partner tecnologici hanno sviluppato processi di formazione in cui siamo completamente inseriti, e i budget delle multinazionali per la formazione sono pesanti…. Quella delle formazione poi è per noi un’arma per trattenere i talenti. Chi fa questo lavoro chiede innanzitutto di essere sempre informato, lo vive come un diritto. Così, Il 15% del tempo nostro è destinato alla formazione».
Quello evidenziato è quindi, l’annoso problema di quella che veniva chiamata “formazione continua” adattato al terzo millennio, come ha segnalato Marco Molteni segretario provinciale della Uil.
Una questione già affrontata di concerto, tra industriali e sindacati, ma che ha «Trascurato nella sua prima fase le posizioni medio basse e la piccola e piccolissima impresa»
Sulla questione precarietà, le aziende sono tutte sostanzialmente d’accordo su una questione innanzitutto semantica: la parola lavoro precario non solo "fa brutto" ma non rende soprattutto idea delle possibilità anche positive offerte dal mercato.
«Il lavoro temporaneo non è lavoro precario – ci tiene a dire il rapresentante di AgustaWestland – . Il fatto stesso che negli ultimi anni le persone che lavorano sono aumentate dovrebbe far pensare in modo positivo a questi strumenti di flessibilità. Ultimamente si sono sentiti molti giudizi critici alla cosiddetta legge Biagi, ma io trovo siano sono molto affrettati, perch i risultati di una tale riforma sono visibili e giudicabili dopo almeno un decennio. Dare giudizi ora, per di più alla luce di una applicazione pure piuttosto parziale della legge, trovo sia prematuro»
Agusta cita peraltro un’esperienza emblematica, di circa 3 anni fa: l’azienda ha cercato persone attraverso agenzie interinali nelle regioni del sud (in particolare Puglia e Campania) dove esistono poli aeronautici e perciò della buona formazione in campo aeronautico. «Un’esperienza molto positiva, partita dal presupposto che i diplomati in questa provincia sono difficili da trovare e hanno una formazione che lascia a desiderare. Dei giovani diplomati arrivati dal sud per un lavoro interinale, molti si sono invece "accasati" malgrado la difficoltà di spostamento e le esperienze totalmente diverse da loro vissute».
Nelle segnalazioni degli imprenditori, la flessibilità non è perciò legata a precarietà, ma ad un più efficente incontro tra domanda e offerta. «Degli strumenti che consentano flessibilità in ingresso sono indispensabili – ha sottolineato l’imprenditore tessile Bonomi, della ditta omonima – noi abbiamo 192 dipendenti, negli ultimi anni sono state fatte 28 assunzioni, tutte inizialmente temporanee: 20 di loro sono diventati un certo periodo contratti a tempo indeterminato. In 2 casi i contratti sono stati risolti, ma sono stati riaperti dopo poco tempo come contratti a tempo indeterminato. Degli altri sei casi mancanti, solo tre non sono stati rinnovati, per altri tre si sono trovate altre soluzioni di lavoro. Flessibilità e precarietà perciò sono concetti che non possono e non devono essere sovrapposti».
Ma la flessibilità non è tutto oro, secondo i sindacati: «flessibilità e precarietà non coincidono solo quando sono accompagnate dai cosiddetti ammortizzatori sociali, che gestiscono in maniera efficente gli interregni tra un lavoro e un altro – replica Carmela Tascone, della Cisl – E’ questo il problema vero: non la temporaneità del lavoro. Inoltre, un conto è parlare di flessibilità all’ingresso e l’altro è costringere il lavoratori a una continua flessibilità senza garanzie o sicurezze anche minime, che non permettono al lavoratore di ragionare in prospettiva, anche sociale».
«Un altro problema è la flessibilità in uscita, il cui costo per lavoratore è eccessivo -appunta Veneziani dell’azienda plastica ViBA – Anche in Spagna i costi per l’impresa sono inferiori"
"Flessibilità in uscita", possibilità di licenziare più facilmente: Veneziani pronuncia una parola tabù per i rappresentatnti dei lavoratori, la Cgil per esempio, al tavolo come gli altri sindacati. Ma Ivana Brunato, segretario CGIL di Varese, replica. «Il sindacato ha presentato idee di riforma del lavoro sia in entrata sia in uscita, anche se non è possibile fare paragoni con la Spagna perché lì’ la contrattazione è complessivamente diversa». Insomma, per coniugare diversamente i due sostantivi precarietà e flessibilità, c’è ancora spazio per lavorare, se ci si mette al tavolo per davvero e non si sostituisce la certezza all’incertezza.
Perchè quello su cui è necessario puntare è una complessiva revisione dei modelli organizzativi del lavoro: perchè «Oggi le persone si aspettano qualcosa di diverso dal loro lavoro, e né aziende né sindacati nè istituzioni si sono ancora adeguati – ha sottolineato Uberti – Perciò ancora più che alla formazione è necessario lavorare ad un nuovo coinvolgimento delle persone nelle aziende, lavorare sulla motivazione delle persone al lavoro anche ai livelli più bassi. Perché le aspettative dei lavoratori nei confronti del loro lavoro sono cambiate»
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