Un futuro radiocontrollato
A Villa Ponti Liuc e Camera di commercio illustrano i risultati di una ricerca che potrebbe rivoluzionare i destini di imprese e persone
Rfid è l’acronimo di Radio Frequency Identification, ed è un sistema di identificazione molto semplice. Si basa sulla lettura a distanza di informazioni contenute in un tag Rfid (un microchip, in sostanza) usando dei lettori radio detti transponder.
Non è una tecnologia nuova: lo utilizzarono le forze armate americane nel corso della seconda guerra mondiale per riconoscere i propri aerei. Poi, negli anni ’80 lo studio di metodi per l’identificazione degli animali portò allo sviluppo di chip molto piccoli. Oggi, gli enormi progressi compiuti in campo informatico, ne consentono un utilizzo sempre più vasto e differenziato.
E, ora, un team di ricercatori della facoltà di ingegneria dell’università Liuc di Castellanza ne ha proposto l’utilizzo innovativo nel campo della logistica. La Camera di Commercio di Varese (che nel convegno di presentazione, avvenuto il 18 maggio 2006 a Ville Ponti era rappresentata dal direttore, Mauro Temperelli) ha creduto in loro tanto da proporli per un bando del programma INTERREG III finanziato dall’UE. Questo ha permesso a Camera di Commercio e Liuc di entrare a far parte del progetto Regins-rfid, in partnership con realtà accademiche di Austria e Ungheria e con la Camera di Commercio e il Klok centre di Stoccarda.
Il progetto presentato nell’incontro di ieri, giovedì 18 maggio, è finalizzato a sperimentare ed incrementare l’utilizzo dell’Rfid nel campo della logistica. Più precisamente nella supply chain, la catena di approvvigionamento attraverso cui passa un prodotto: e i risultati di questo progetto hanno aperto scenari futuristici. L’utilizzo dell’Rfid, se sviluppato nei prossimi anni, potrebbe determinare una vera e propria rivoluzione in molti e disparati campi, non solo nella logistica. Più che comprensibile quindi l’incontenibile entusiasmo con cui i due giovani dottorandi Federico Pigni e Samuele Astuti (nella foto), che hanno seguito il progetto per l’Università LIUC, e ne hanno illustrato gli aspetti più innovativi.
L’applicazione di questa tecnologia permetterebbe a un’azienda di poter sempre rintracciare ogni suo prodotto "taggato" (cioè marcato con il microchip in grado di dare informazioni) e – a seconda del numero dei dati inscritti nel tag – avere tutta una serie di informazioni a riguardo, come ad esempio la temperatura a cui un alimento è conservato. Inoltre l’rfid impedisce le contraffazioni: il codice inscritto nel tag infatti è unico e ne garantisce la provenienza, come una sorta di certificazione D.O.C.G elettronica. "Le possibili varianti sono infinite, è difficile tenere i piedi per terra" ripete più volte Samuele Astuti.
Il mercato dell’Rfid è in crescita vertiginosa. Gli investimenti stanno aumentando in maniera esponenziale ed il contrario succede per i costi delle strumentazioni (attualmente il prezzo di un tag va dai 15 ai 30 centesimi).
Ma quali implicazioni sociali può avere un fenomeno così vasto? Cosa bolle in pentola? si chiede Marco Astuti, professore all’università Carlo Cattaneo. L’utilizzo dell’rfid potrebbe essere utilizzato sull’uomo?
"In America chi sono persone che si sono fatti impiantare tag sottocutanei e si fanno chiamare taggati, e hanno addirittura fatto un sito internet su cui se ne vantano" fa sapere Astuti "Ci sono poi problemi di privacy che sono stati sollevati da tante associazioni di consumatori".
"Un fenomeno d’oltreoceano che non ha ragione d’essere, sarei più preoccupato della tracciabilità che generano le carte di credito" ha sostenuto Federico Pigni.
Come ogni rivoluzione, anche l’Rfid avrà i suoi effetti benefici e le sue conseguenze negative, ma non si può sapere con certezza cosa accadrà quando questa tecnologia diventerà di uso comune eliminando il codice a barre. Sarà possibile infatti solo quando si svilupperà una rete allargata: questo è il futuro, che per antonomasia è incerto
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