Dall’ospedale di Varese allo “snow park” di Livigno: la missione olimpica di tre medici tra emozioni e gioco di squadra
Due medici di pronto soccorso e uno della chirurgia d'urgenza hanno vissuto un'esperienza professionale tra atleti di discipline ad alta intensità, in cui il rischio di traumi maggiori richiede un’organizzazione sanitaria strutturata, rapida ed estremamente coordinata
«Essere presenti nel posto più complesso e delicato con la consapevolezza di vivere un’esperienza unica».
È quello che raccontano tre medici dell’Asst Sette Laghi che hanno appena completato la loro settimana di volontariato alle Olimpiadi di Milano Cortina.
Un coinvolgimento non sugli spalti ma nei presìdi sanitari a supporto degli atleti. Un’esperienza intensa, scelta con entusiasmo, che li ha portati a mettere competenze e tempo al servizio dell’evento sportivo più importante.
La dottoressa Marta Donati e il dottor Roberto Pizzi, in forze al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Circolo di Varese, hanno prestato assistenza sanitaria come Team Rescue, Medical Station e Centro mobile di Rianimazione per la valutazione degli atleti e nell’area del parterre dedicata agli spettatori. Il dottor Matteo Lavazza, della Unità Operativa di Chirurgia Generale d’Urgenza e Trapianti, è invece stato inserito nel team di soccorso sanitario dedicato agli atleti, occupandosi della gestione dei traumi e delle emergenze post-infortunio durante le competizioni.
La decisione di partire è nata dal desiderio di contribuire in prima persona a un appuntamento che unisce sport e valori universali. «È stata una scelta di servizio – spiega il dottor Lavazza anche a nome dei colleghi – un’occasione per rappresentare la sanità pubblica italiana in un contesto internazionale».
I tre professionisti hanno lavorato al Livigno Snow Park (LSP), che ospita discipline come slopestyle, big air, ski e snowboard cross, halfpipe e parallelo, un contesto ad alta intensità, in cui il rischio di traumi maggiori richiede un’organizzazione sanitaria strutturata, rapida ed estremamente coordinata.
Una giornata tipo tra prevenzione ed emergenze
Il primo turno iniziava molto presto, tra le 5 e le 6 , con il briefing insieme ai colleghi provenienti da diversi paesi. Si faceva il punto sugli eventi in programma, sui numeri attesi e sulle eventuali criticità. Poi ciascuno raggiungeva la propria postazione.
Il turno pomeridiano iniziava invece alle 15.00 e si concludeva intorno alle 23.00, in particolare nelle giornate con il big air notturno, che richiede una copertura sanitaria prolungata fino al termine dell’evento e al deflusso del pubblico.
Nel villaggio olimpico l’attività era continua: piccoli traumi, controlli clinici, problemi muscolari, disidratazione, ma anche semplici richieste di consulenza. Nei campi gara, la tensione era palpabile: ogni intervento doveva essere rapido e preciso, spesso sotto gli occhi delle telecamere e del pubblico.
La complessa macchina dell’assistenza
Il lavoro del medico sulle piste non è un’azione isolata, ma parte di un sistema complesso che coinvolge numerose figure professionali: i responsabili di pista e di gara, i tecnici del soccorso alpino, il personale infermieristico, i medici delle squadre nazionali e l’equipaggio dell’elisoccorso.
In caso di incidente, la gestione dell’atleta traumatizzato prevede un intervento congiunto già sul luogo dell’evento, con la valutazione clinica primaria, il posizionamento dei presidi di immobilizzazione insieme ai soccorritori e l’eventuale attivazione della catena di evacuazione rapida, fino al trasferimento in elicottero verso il centro ospedaliero più idoneo nei casi di trauma maggiore.
Un clima internazionale e collaborativo
Al di là dell’aspetto clinico, i tre medici raccontano di un’esperienza umana molto positiva. Il lavoro si è svolto in una comunità temporanea ma coesa, dove lingue e culture diverse si incontrano con un obiettivo comune
Il rapporto diretto con gli atleti era necessariamente limitato: «il contatto avveniva quasi esclusivamente in seguito a eventuali traumi o problematiche sanitarie insorte durante la gara o gli allenamenti. In quei momenti l’intervento era rapido e coordinato con i medici delle rispettive nazionali, con cui il confronto è sempre stato professionale e collaborativo».
L’atmosfera generale era fortemente internazionale: sulle tribune e nelle aree dedicate al pubblico si incontravano fan provenienti da numerosi Paesi, in un clima di entusiasmo e partecipazione che contribuiva a rendere evidente la dimensione globale dell’evento: « Si respirava un contesto altamente competitivo – commentano i medici – ma allo stesso tempo organizzato con grande precisione e spirito di collaborazione tra tutte le componenti coinvolte».
Un’esperienza che ha permesso anche uno scambio professionale significativo. «Abbiamo portato la nostra esperienza maturata nei pronto soccorso e nei reparti dell’Asst Sette Laghi e, allo stesso tempo, abbiamo imparato molto da colleghi abituati a lavorare in contesti sportivi di altissimo livello» commenta il dr Lavazza.
Un bagaglio che torna sul territorio
Al rientro, i tre medici hanno riportato nelle corsie di casa non solo un ricordo indelebile, ma anche competenze organizzative e relazionali. La gestione dello stress, il lavoro in team multidisciplinari e l’approccio interculturale sono elementi che oggi fanno parte del loro bagaglio quotidiano.
«Le Olimpiadi – raccontano – non sono state solo un evento sportivo, ma una dimostrazione concreta di come la sanità possa essere ponte tra popoli e culture. Un’esperienza che, partita come volontariato, si è trasformata in un’occasione di crescita professionale e personale».
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