Ex Aermacchi Varese: lavori, vincoli, futuro. Ecco lo stato reale del cantiere e i prossimi passi
I lavori nell'ex complesso industriale sono entrati in una fase cruciale. Paolo Orrigoni e l'architetto Gino Garbellini, responsabile del progetto, raccontano lo stato di avanzamento, le sfide burocratiche e la visione che guiderà la trasformazione
“Rigenerare significa rimettere in moto un luogo attraverso un ingrediente che va oltre il recupero edilizio: la comunità. Non basta ristrutturare, occorre riattivare le relazioni, la memoria, l’identità di uno spazio”.
Per farlo, Gino Garbellini, founding partner Piuarch, si ispira alla lezione dell’antropologo e filosofo Marc Augé: ogni area va analizzata attraverso tre elementi inscindibili — la sua storia, la sua identità e le relazioni che ha generato nel tempo. «L’architetto, – dice nella trasmissione Geo dedicata alla rigenerazione urbana in cui ha parlato anche di Varese, – dovrebbe essere un po’ più un antropologo.» Prima di disegnare si ascolta, si legge il luogo, si capisce cosa ha rappresentato per chi ci ha vissuto e lavorato.
Il progetto dello studio Piuarch ha trasformato lo spazio dell’ex Aermacchi di via Sanvito in una nuova area che ricuce un pezzo di storia della città. Un progetto molto complesso e che ha richiesto anni di progettazioni, mediazioni e ora lavori ben visibili a tutti. Lì sorgeranno un centro sportivo con una grande piscina, un supermercato, uno spazio per uffici: «un luogo di benessere collettivo, accessibile alla comunità, capace di dare nuova vita a una storia industriale senza cancellarla».
Abbiamo intervistato Paolo Orrigoni, proprietario dell’area e l’architetto Garbellini per fare il punto della situazione. «Varese dovrebbe essere orgogliosa per quanto si realizzerà. Sarà un caso di scuola – come è uscito nella trasmissione della Rai che affrontava i temi della rigenerazione proprio partendo dall’Aermacchi – sia per ragioni tecniche che per il valore che rappresenterà per la comunità. È raro vedere tanta passione e tanto attaccamento al proprio territorio. A Milano, dove spesso comandano i fondi, un progetto così si sarebbe fermato da tempo».

Partiamo dalla cronaca. A che punto sono i lavori?
Paolo Orrigoni: «Le demolizioni sono pressoché finite. Adesso stiamo lavorando su due fronti paralleli: dove le bonifiche sono già state collaudate, stiamo realizzando le opere strutturali per i nuovi edifici. Abbiamo creato il vuoto previsto dalle demolizioni, ora dobbiamo creare il nuovo pieno. Nell’altra zona, quella dell’hangar del 1956 e del parco del Vellone, siamo ancora in attesa del collaudo delle bonifiche, che ci aspettiamo entro giugno».
Gino Garbellini: «Il montaggio del prefabbricato inizia ad aprile, quindi vedremo un edificio crescere già dalla primavera. La parte strutturale dell’hangar e il resto partiranno questa estate».
Quando potremo vedere completate le opere principali — parco, piscina, supermercato?
Orrigoni: «Il nostro obiettivo è avere il centro completato per settembre 2027. La parte commerciale sarà probabilmente pronta prima — il supermercato potrebbe teoricamente essere finito per marzo-aprile del prossimo anno — ma abbiamo deciso di attendere per uscire dal cantiere tutti insieme. La parte sportiva e gli uffici potrebbero slittare di qualche mese rispetto a settembre».
Ci sono voluti più di 1.730 giorni dall’annuncio del progetto definitivo all’avvio del cantiere. Guardando indietro, cambierebbe qualcosa?
Orrigoni: «È una domanda difficile, perché ci sono due aspetti. Il primo è personale: ci sono mattine in cui ho pensato che sarebbe stato meglio non comprare quell’area. Il secondo riguarda le scelte operative: se avessimo demolito gli edifici quando non c’era ancora il vincolo della Soprintendenza, fidandoci delle normative del PGT vigente e dell’accordo già condiviso con l’amministrazione, oggi avremmo già finito i lavori. Il convivere con gli iter burocratici è complicato perché più attori inserisci in un progetto, più rischi di creare immobilismo. Qualcuno pensa che coinvolgere nuovi soggetti porti sempre valore, ma spesso porta solo compromessi. C’è anche un tema urbanistico che mi preme sottolineare: il progetto iniziale prevedeva un parco unitario di circa 12.000 metri quadri — più di un campo di calcio. Oggi, per effetto delle negoziazioni, ci ritroviamo con sei aiuole da 1.000 metri. I numeri complessivi non cambiano di molto, ma la qualità dello spazio è tutt’altra cosa».

L’hangar e la torre dell’acqua sono stati vincolati dalla Soprintendenza come archeologia industriale. Come si riprogetta attorno a questo vincolo?
Garbellini: «L’approccio della Soprintendenza è la conservazione non solo del valore architettonico, ma anche della materia che compone l’edificio. Questo crea una doppia sfida: conservare il linguaggio formale e conservare il materiale originale. Non basta demolire e ricostruire uguale — bisogna mantenere ciò che c’è. Nel caso dell’hangar, che ospiterà la piscina, il problema è strutturale: quella copertura di dimensioni straordinarie non è in grado di sopportare i nuovi carichi normativi. La soluzione è sovrapporre una struttura nuova che diventa l’elemento portante, ma che sarà completamente nascosta. Da fuori non si vedrà. Da dentro, invece, si vedrà l’hangar originale».
Orrigoni: «Questa scelta ha avuto un costo rilevante: circa dieci milioni di euro in più rispetto alle previsioni iniziali. Le bonifiche, con quasi una tonnellata e mezza di amianto da smaltire, erano già preventivate come voce importante. L’intervento strutturale per mantenere in piedi le strutture vincolate, invece, no».
Il vero valore dell’hangar, dal punto di vista architettonico, qual è?
Garbellini: «Sta nella straordinaria snellezza degli elementi strutturali. Quelle capriate metalliche che lavorano non sulla sezione, ma sulla geometria e sull’articolazione. È una soluzione ingegneristica eccezionale, resa possibile dalla funzione originaria: contenere il montaggio degli aerei. Il nostro lavoro è stato affiancare una struttura nuova che scarichi quella esistente, permettendoci di conservare quella bellezza senza stravolgerla. Puliremo e proteggeremo quegli elementi: saranno il protagonista visivo degli spazi interni, più delle facciate».
E la torre dell’acqua?
Garbellini: «Quella non ha problemi strutturali, quindi non richiede lo stesso tipo di intervento. Rimane l’elemento iconico e identitario dell’area: l’unico volume che emerge rispetto alla quota urbana circostante, in un contesto di edilizia residenziale di quattro-cinque piani. Le torri dell’acqua nascevano come autoclavi di pressione — un elemento funzionale della campagna padana che è diventato identitario quasi per caso. È l’unico manufatto che si vedrà per quello che è stato davvero».
Come viene ricucita la connessione pedonale e ciclabile tra via San Vito e via Crispi?
«Oggi i collegamenti tra le due vie avvengono solo su strade percorribili in auto. Il progetto introduce il primo collegamento esclusivamente pedonale e ciclabile, con spazi pensati e dedicati al movimento dolce. È una differenza concreta rispetto alle piste ciclabili su strada con cordolo — e chi ha pedalato sulla via 25 Aprile sa esattamente di cosa parliamo. Il valore principale è che un’area finalmente diventa permeabile».

C’è anche la questione del Vellone, il torrente che scorreva sotto l’area. Come viene risolto?
Garbellini: «Viene portato alla luce. Era stato intubato in strutture di cemento armato per settant’anni — le mappe catastali del 1950 non lo riportavano nemmeno, perché era interrato da così tanto tempo che nessuno lo disegnava più. Ora lo facciamo scorrere all’aperto per circa trecento metri, avvicinandolo a via Crispi. Sul lato della strada ci sarà un salto netto di circa 2,5 metri; sul lato dell’edificio una scarpata più graduale e verde, per renderlo piacevole anche nei periodi di magra, quando l’acqua non c’è».
Orrigoni: «Sul tema delle piene, a monte sono già stati realizzati interventi idraulici importanti da parte della Provincia e del Comune dopo le alluvioni degli anni scorsi. La situazione è sotto controllo, anche se con i cambiamenti climatici nulla è del tutto prevedibile».
Come si conserva l’identità di un luogo che è stato centrale nella storia industriale di Varese?
Orrigoni: «Non è previsto un museo, né un percorso espositivo strutturato. Ci saranno alcuni simboli architettonici e forse qualche elemento evocativo negli spazi interni. Ma bisogna essere onesti: ci sono generazioni che non hanno mai visto quell’area in funzione, che non sanno cosa fosse l’Aermacchi. La storia si riscrive attraverso le nuove attività».
Garbellini: «Personalmente trovo più interessante un altro racconto: non tanto “qui c’era l’Aermacchi”, ma “questo oggetto straordinario, nato per una funzione industriale, oggi accoglie una piscina, uno spazio pubblico, una comunità”. Questo è il massimo della sostenibilità nell’architettura e questo è il racconto vero della rigenerazione urbana. Chi entrerà in piscina guarderà quelle capriate e si chiederà com’è possibile che esistano. Quella meraviglia è già una forma di memoria».
Se guardiamo al clima politico e sociale attorno al progetto, la città come ha reagito al progetto?
Orrigoni: «Il quartiere, la città, l’amministrazione, tutti hanno sostenuto l’iniziativa. Il problema è arrivato da trecento firme che hanno spinto la Soprintendenza a porre un vincolo che prima non aveva mai preso in considerazione. Di quelle trecento firme, una parte significativa veniva da fuori Varese da gruppi organizzati per la tutela del patrimonio industriale, non da cittadini che vivono accanto al cantiere. Il vincolo in sé non è sbagliato in assoluto: il problema è che ogni vincolo aggiuntivo significa tempi più lunghi, progettazioni da rifare, costi imprevisti. E nel frattempo, quella tonnellata e mezza di amianto restava dov’era».
TUTTI GLI ARTICOLI SULL’AREA EX AERMACCHI
TAG ARTICOLO
Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
Paola Rachele ganna su Strade, decoro e grandi opere: i varesini promuovono la giunta Galimberti
GrandeFratello su Strade, decoro e grandi opere: i varesini promuovono la giunta Galimberti
lenny54 su Un centrodestra in cerca del regista. Resta ignoto il film da girare
Vezio su Ex Aermacchi Varese: lavori, vincoli, futuro. Ecco lo stato reale del cantiere e i prossimi passi
Guido30 su Lo sfogo di una madre di Gavirate: "È vietato giocare nei boschi?"
Antonio Siniscalchi su Il vento abbatte un enorme albero su via Caracciolo a Varese: strada chiusa










Tanto di cappello al Signor Orrigoni per aver cercato, intensamente voluto e quasi realizzato l’opera. Io vivo a pochi metri e mi ricordo più di cinquant’anni fa l’Azienda funzionante, così come non dimentico la tristezza generata da un immobile che stava andando in rovina. l’impresa è titanica, frenata da un nucleo di idioti che non sapevano nemmeno che esistesse l’hangar nè la torre dell’acqua ed hanno frenato tutto, arrivando anche a far quasi desistere lo stesso Orrigoni. Spero di essere ancora vivo per vedere la realizzazione dell’opera. Grazie per aver ridato senso ad uno spazio così grande ed utile