«Varese è una città schietta, disposta al confronto»
Dopo 8 anni di servizio a Varese come prevosto, Don Peppino Maffi si appresta a salutare la città per diventare vicario episcopale per la formazione del clero
È ormai diviso a metà tra il passato e il futuro. Don Peppino Maffi a settembre lascerà il suo incarico pastorale a Varese per assumere il ruolo di formatore al seminario di Venegono oltre all’incarico di vicario episcopale per la formazione permanente del clero.
Sul tavolo ci sono ancora pratiche da guardare, richieste da inoltrare, mentre si sta creando un fascicolo voluminoso relativo al suo imminente compito.
Monsignore, che città lascia?
Ho vissuto otto anni molto intensi. Mi sono effettivamente sentito parte di questa comunità. Ho avuto sempre un dialogo serio e aperto con le istituzioni ma anche con persone che rappresentano un movimento di pensiero. Non posso dire di aver sempre trovato condivisione, ma serietà, sì. Ho cercato di dare in modo appassionato e cordiale le mie risorse.
Cosa ricorderà di quest’esperienza?
Tre momenti soprattutto. Il primo riguarda la profonda comunione con il vicario episcopale Monsignor Stucchi e con tutti i sacerdoti. Con loro abbiamo condiviso un cammino fatto di dialogo per dare alla Chiesa varesina un volto misericordioso e attento al mondo, con un’impronta formatrice. Il secondo, come dicevo, il confronto sempre schietto e leale con tanti interlocutori. Ho ricevuto sempre grande accoglienza anche se i risultati non sempre sono stati positivi. Infine il grande lavoro che siamo riusciti ad avviare nei confronti dei fragili. Ci sono tante persone in difficoltà e continuano ad aumentare. Non parlo solo di problemi economici ma anche morali.
In questi otto anni, è aumentata la povertà?
Sì. E non sono solo gli extracomunitari. La fascia del disagio si è allargata in modo oggettivo e gli italiani sono sempre più numerosi. Oggi noi diamo un tetto a 100 persone in difficoltà e la nostra accoglienza è indiscriminata, guarda solo al bisogno.
Com’è il rapporto di Varese con la Chiesa?
Qui abbiamo un rapporto privilegiato: non sono molte le città medio-grandi che possano vantare un legame così puntuale come il nostro. Quando venne rilevata la presenza domenicale alla santa messa, noi stessi rimanemmo stupiti nel vedere che la percentuale era del 30% della popolazione. Il mio ruolo, poi, è tenuto in grande considerazione: il prevosto viene invitato ovunque e non si tratta solo di forma. Varese non è una città formale, apprezza la relazione personale, spontanea e vera.
Si può pensare ad un bisogno di spiritualità?
Da questo punto di vista, Varese non è diversa da altre realtà. Viviamo anche qui il problema della religiosità diffusa con pochi percorsi di fede robusti. Ma trovo che nei giovani si senta con sempre maggiore necessità il bisogno di un accompagnamento spirituale: lo vedo nei corsi pre matrimoniali. Un tempo le coppie erano obbligate, oggi io non impongo nulla a nessuno. Chi si avvicina lo fa perchè vuole prepararsi a vivere un momento importante e accade sempre più spesso che gli incontri continuino anche dopo il matrimonio.
Varese ha tanti volti. Qual è quello che preferisce e quale quello che vorrebbe non vedere?
Mi piace la laboriosità della gente. Le persone hanno voglia di fare, di dare, di costruire qualcosa. Molto meno bello è il volto della paura, paura del diverso, di chi non si conosce perchè arriva da lontano. Nelle mie omelie mi sono sempre sentito in dovere di sensibilizzare i fedeli su questo punto, ricordando loro che il Signore chiede un atteggiamento diverso. Ho paura di chi omologa il Vangelo al proprio comportamento. Il Vangelo è provocazione, stimolo, sollecitazione.
Sa già come proseguirà il lavoro il suo successore?
Ho avuto rassicurazioni che, chi mi seguirà, lo farà in continuità. Dopo tre anni di missione verso i giovani, i non credenti, è ora di tirare le somme e di costruire proposte. Inoltre dobbiamo continuare a rispondere alle richieste dei più deboli.
L’attende un compito delicato e difficile, cosa pensa di fare?
Ho due obiettivi principali: il primo è quello di ascoltare e di imparare. Manco dal seminario da 37 anni e devo ritrovare le linee guida. Vorrei, poi, aiutare i giovani che si avvicinano a diventare persone innanzitutto e poi, se lo desiderano, anche sacerdoti. La cosa più importante, però, sarà quella di aiutarli a crescere e ad espriremsi liberamente, senza costrizioni. È un compito arduo, ma dai colloqui che ho avuto sino ad oggi, mi sembra la strada giusta.
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