Acli: «Nulla giustifica lo spargimento di sangue innocente»

Il cessate il fuoco e non la distruzione del Libano è il primo passo verso la pace

Il quotidiano annuncio di tragiche notizie, di nuove distruzioni, della morte di tante persone inermi – un terzo sono bambini -, mette a nudo anche la nostra impotenza, l’incapacità di andare al di là delle condanne e degli appelli per il cessate il fuoco e per la pace.

Questo resta comunque il minimo che possiamo e dobbiamo continuare a fare. Non possiamo tacere e non mobilitarci per attivare i soccorsi a chi soffre, per sollecitare la sospensione dei conflitti, per sostenere chi cerca la soluzione dei problemi con il confronto e con gli strumenti della diplomazia.

La strada è difficile. Le conclusioni del summit di Roma del 26 luglio scorso ne sono una riprova. Sono state concordate a fatica delle generiche buone intenzioni ma di fatto si lascia perdurare una situazione sempre più insostenibile, carica di dolore, di morte e di distruzione, che spinge popoli interi ad irrigidirsi sulle strade dell’odio, sulle logiche della vendetta.

Non ci sono "ragioni", nella guerra in atto, capaci di giustificarla. Non lo sono le invettive e le minacce trasmesse a ripetizione dalla tv al Jazeera come nel recente video di Ayman al Zawahiri, numero due di al Qaeda che appoggia i razzi su Israele e chiede ai musulmani di "combattere e diventare martiri nella guerra contro i sionisti, i crociati".

Non trova giustificazioni la reazione, il dispiegamento di forza distruttiva che da ormai venti giorni Israele ha messo in atto contro il Libano, contro la popolazione civile. La cinica distruzione di una nazione. La condanna è ormai universale, ma universale sembra essere anche l’impotenza o la non volontà di imporne la cessazione.

Prendiamo atto dolorosamente che per ora non si riesce ad ottenere di più, ma restiamo ostinatamente convinti che sia concretamente possibile e moralmente imperativo fare di più.

Da troppi anni, ogni volta che si apre un nuovo conflitto, ci sentiamo dire che è diventato inevitabile e che rappresenta il punto chiave della soluzione di tanti altri focolai di violenza e di guerra. Così è stato per i ripetuti conflitti tra Israele e i Palestinesi, poi per l’Iraq, per l’Afghanistan, per la Cecenia, di nuovo per l’Iraq ed ora per questo ennesimo conflitto con al centro Israele.

Puntualmente quello che alla fine appare evidente è che la guerra non porta alla loro soluzione, ma al contrario li dilata ed il silenzio che cade su di essi non è dovuto all’avvento della pace, ma è solo il risultato di manipolazioni dell’informazione e di ipocrisie. Spesso succede che un nuovo conflitto mette in secondo piano quello precedente, anche se non è risolto, anche se continua a provocare sessanta morti al giorno come capita ora in Iraq.

E’ necessario uscire da queste logiche, da questi silenzi.

Sollecitiamo gli uomini di Governo, a partire da quelli italiani e dell’Europa, a perseguire l’obiettivo del "cessate il fuoco", di rimetter al centro la questione israelo-palestinese, il diritto ad una patria per gli uni e per gli altri.

Quello che vediamo e conosciamo sulle guerre combattute ancora oggi nel mondo, sulle menzogne che le sorreggono, deve convincere noi e i nostri governanti ad agire con la priorità assoluta di farle cessare, insistendo a tempo e fuori tempo. Non esiste il "tempo massimo" per la pace, oltre il quale non è possibile fare più nulla!

Sentiamo inoltre la necessità di riempire un vuoto, che è anche dentro di noi, riprendendo e sviluppando gli ideali, le volontà che rianimarono l’umanità, inaridita e squassata dalle vicende della seconda guerra mondiale e la condussero a condividere i principi sui quali nacque l’ONU.

Finito l’effetto del trauma della seconda guerra mondiale, delle follie del nazismo, dell’ecatombe dei morti, delle distruzioni delle nostre città, sono purtroppo riemerse antiche logiche, che progressivamente hanno congelato la crescita del ruolo e la credibilità internazionale dell’ONU. Le sofferenze e le tragedie che vediamo adesso a casa degli altri non sono diverse da quelle che abbiamo subito sessant’anni fa anche in casa nostra.

Per loro e per tutta l’umanità l’ONU dei popoli deve crescere in autorevolezza e potere, diventare lo strumento in grado di sedare i conflitti che esplodono a livello locale, alimentati di volta in volta da interessi egemonici, economici, dai profitti della produzione e del commercio delle armi, dalla radicalizzazione di posizioni e convinzioni culturali o religiose, degenerate ad arte in fondamentalismi intolleranti di ogni diversità .

Nella speranza che questa strada venga intrapresa fin da ora dagli uomini di governo di tutto il mondo, guardiamo al presente facendo nostre le parole del Papa, pronunciate nell’udienza di oggi:
«Nulla può giustificare lo spargimento di sangue innocente, da qualunque parte esso venga, con il cuore colmo di afflizione, rinnovo un pressante appello all’immediata cessazione di tutte le ostilità e di tutte le violenze in Libano, esorto la comunità internazionale e quanti sono coinvolti più direttamente in questa tragedia a porre al più presto le condizioni per una definitiva soluzione politica della crisi, capace di consegnare un avvenire più sereno e sicuro alle generazioni che verranno».

La presidenza provinciale delle Acli

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Pubblicato il 05 Agosto 2006
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