Primo giorni di festival, al via tutte le rassegne
Primi film in concorso non deludono le aspettative, e Piazza grande è sempre un successo

Giovedì 3 agosto è stato il primo giorno di festival e vi hanno così preso avvio quasi tutte le rassegne in cartellone per questa 59° edizione, seguirle tutte era davvero impossibile, non solo per il cronista visto che anche i presentatori e gli ospiti si sono dovuti precipitare per tutto il giorno da un cinema all’altro provocando una cascata di brevi ritardi decisamente poco svizzera, interrottasi solo con la puntualità della proiezione delle 21:30 in Piazza Grande.
Andando con ordine meritano certo una segnalazione alcuni degli eventi della giornata:
La rassegna “Play forward” si è aperta nel cinema “la sala” con la proiezione di “Tokio Loop” piccolo capolavoro del cinema di animazione giapponese che, purtroppo, difficilmente potrete vedere nelle sale italiane. La formula della pellicola è infatti decisamente poco commerciale, “Tokio Loop” è una rassegna di brevi cortometraggi di animazione senza dialoghi, magistralmente cuciti assieme da una colonna sonora che pesca tanto dalla musica elettronica quanto dal Jazz.
Piccoli spezzoni di animazione ad alto contenuto digitale che scivolano velocemente dalle tradizionali forme grafiche dell’Anime giapponese all’aperta citazione del vecchio cinema di animazione Cecoslovacco, mischiando e alternando musiche e colori diversi, il film è a tratti ironico, spiritoso, allusivo, riflessivo o triste.
Un particolarissimo omaggio alla città citata nel titolo ma mai mostrata o disegnata nella pellicola, se non per uno dei più ambigui dei suoi simboli che ricorre simbolicamente in momenti molto diversi ( e scusateci se ci riserviamo di non chiarirvi quale sia ma scoprirlo sequenza dopo sequenza è parte integrante del messaggio, e del divertimento, del film).
Tokio quindi non si vede ma si vive, attraverso allusioni alla sua frenesia, alla sua vita, ai suoi abitanti, alla violenza, all’amore, all’angoscia, anche al sesso visto in modi fra i più diversi.
Una rapsodia di piccoli squarci di vita ripresi su uno sfondo che non viene mai mostrato, un’opera originale quanto godibile, inevitabile l’invito ai distributori a diffonderlo anche nelle nostre sale.
Giovedì hanno preso avvio anche le altre due competizioni: la competizione internazionale, quella che assegna il Pardo d’oro, con il Tailandese “Don’t Look back” indicato fra i favoriti della vigilia e l’americano Half Nelson, salutato all’auditorium FEVI da un pubblico inaspettatamente numeroso.
Riservandoci di tornare su questi titoli segnaliamo invece l’interessante “La Silla” ( la sedia) proposto come apertura tanto della competizione “Cineasti del Presente” tanto della retrospettiva “20 ans de catalan films”.
La Silla di Julio D. Wallovits , Spagna 2006, è una storia veramente curiosa che appende il pubblico al filo di una trama davvero sottilissima: un uomo cerca una sedia per il suo appartamento.
Trama sottile che serve però al giovane Wallovits per tratteggiare con feroce ironia la parabola di come l’identità di un uomo si possa dissolvere senza lasciare traccia in una società dove non sembrano esistere punti di riferimento, non solo valori ma nemmeno rapporti umani o persino indicazioni geografiche.
Un uomo solo, in una città dove non si distingue una via dall’altra, pedinato per motivi insondabili da due “figuri” ( poliziotti? Detectives?) che non conoscono il motivo del loro pedinamento, strani personaggi si incrociano in un deserto urbano del tutto surreale, conoscendosi e contemporaneamente ignorandosi, il tutto attorno all’uomo che cerca “la sedia” da cui si attende niente meno che di ritrovare un senso alla propria vita.
Un film curioso e divertente, un’ottima rappresentanza di un cinema Catalano che si distingue nella già viva realtà cinematografica di Spagna ( va notato comunque che la versione originale in questo caso è in castigliano).
“Indigènes” di Rachid Bouchareb, proiettato in Piazza Grande alle 21:30 è certamente il pezzo forte della giornata, quanto meno il film di maggiore impatto, quello scelto dall’organizzazione per fare da contraltare a Miami Vice, secondo la logica dell’alternanza tra blockbusters e film engagé.
Il cineasta franco – algerino propone un film di guerra dall’impianto piuttosto classico, tanto nella trama quanto nella fotografia, peraltro elegante e sempre appropriata, che tocca però una delle tante storie dimenticate della seconda guerra mondiale; gli indigeni del titolo sono le truppe coloniali reclutate dalla Francia per combattere gli invasori nazisti, sono per lo più arabi magrebini, uomini arruolatisi per combattere per quella che ritenevano comunque la loro Patria, protagonisti di grandi atti di eroismo, dimenticati nel dopo guerra e riportati prontamente al livello di sudditi delle colonie.
Il coro della marsigliese cantata con accento arabo nella stiva di una nave da trasporto e l’immagine di un cimitero di guerra gremito di sepolture musulmane nei Vosgi sono la cifra che basta non solo a riassumere il film ma anche a dare qualche lezione di storia e di educazione civica ai Le Pen di Francia come ai loro emuli in tutto l’Occidente.
Un’opera di valore storico e cinematografico altrettanto importanti, un film da non perdere.
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