Enrico Colombo, i burattini e le sfide del teatro
Una panoramica sulla situazione della cultura rivolta ai più giovani nel Centro-Nord della provincia di Varese: dal teatro ragazzi a progetti avviati e mai portati a termine
Il Sud della provincia di Varese si anima con stagioni teatrali luminose, grandi ospiti e altrettanto grandi occasioni culturali. Il Nord invece pare essere fermo, soprattutto per quanto riguarda il teatro ragazzi: poche iniziative e stagioni assenti per quella che
Enrico Colombo (foto), per tutti Chicco, definisce “parte magra” della provincia, almeno per quel che riguarda la cultura rivolta ai più piccoli. Colombo da 30 anni organizza stagioni e spettacoli, si muove su e giù per la provincia proponendo incontri ed eventi: nel 1978 ha fondato il Teatro dei Burattini di Varese, dal 1999 la sua casa è il teatrino di Cazzago Brabbia, dove con la moglie Betty ha fondato l’associazione culturale Arteatro, dando vita ad un rapporto più stretto con il territorio.
Quali sono le ragioni di questa sorta di “blocco” culturale del Centro-Nord della Provincia?
«Innanzitutto ci sono motivi storici, poi manca la sensibilità e l’attenzione per un tipo di cultura che ha al centro la figura del bambino. Le scelte di Varese soprattutto sono mirate allo sviluppo del turismo, dello sport, senza avere attenzione per l’infanzia: troppo spesso negli anni ci sono stati addetti ai lavori poco attenti, istituzioni che hanno finanziato progetti senza dare continuità agli investimenti e alle scelte. La cultura può essere una spinta importante per lo sviluppo del turismo, ma questo è un legame che non viene colto o è preso in considerazione solo in piccola parte».
È sempre stato così o in passato l’attenzione per il mondo del teatro ragazzi era diversa?
«Soprattutto negli Anni 80 e 90 ci sono stati momenti che possiamo definire di splendore, grandi investimenti e cartelloni importanti rivolti ai più giovani e ai bambini. Dal 1994 al 2000 la città di Varese aveva una rassegna di teatro dei burattini di altissimo livello che portava 1200 persone a spettacolo in sala. Negli Anni 80 l’attenzione c’era eccome, penso a Giardiningioco e del 1982 o alla rassegna teatrale itinerante del 1980: poi sono cambiate le sensibilità di politici ed operatori e le scelte sono state altre, accantonando una risorsa importante. La provincia di Varese ha investito in 10 anni 300 milioni delle vecchie lire per un progetto di educazione e arte insieme a Verbano Cusio Ossola, Como e altre realtà insubriche, per poi abbandonare tutto: la continuità negli investimenti sarebbe importante, tagliando si perdono valori».
Come si spiega la scelta di investire e poi abbandonare i progetti a metà? Non si perde un valore creato a fatica e non si delude il pubblico che inevitabilmente si lega ai progetti?
«Senza dubbio si perdono occasioni enormi, sono scelte scellerate. Se infatti si decide di investire in rassegne che portano in città compagnie e attori da tutto il Paese, si forma un pubblico interessato e fermento intorno agli spettacoli e poi di punto in bianco si cambia rotta e si abbandona tutto si perdono pubblico e spettatori, si abbandona un progetto formativo e si dà l’impressione di non avere programmazione. Per interessare i politici si devono coltivare i rapporti per mesi e anni, non si sa bene con quale fertilizzante».
Qualche esempio?
«Da anni spingo per portare a Varese la mostra sulle illustrazioni di Sarmide, ma non sono mai stato ascoltato. Ho proposto al Comune di Biandronno e a quello di Cazzago Brabbia di fare un polo del teatro ragazzi in questa zona, ma niente è stato realizzato: a Biandronno viveva uno dei burattinai più osannati e celebrati, Gualberto Niemen. Ora le sue opere sono chiuse in qualche cassa nei sotterranei del Comune, senza protezione e senza attenzione. Con la nostra esperienza di burattinai, unita a quella di Niemen, si può pensare di creare un vero centro di formazione e spettacolo di valore artistico importante, affacciato sul Lago di Varese, unendo arte e turismo, ma per il momento tutti sono sordi».
La scelta di stabilirsi a Cazzago Brabbia, minuscolo centro in provincia di Varese, come si spiega?
«È una scelta diversa, alternativa. Abbiamo voluto rafforzare il rapporto con il territorio, portiamo i bambini che vengono a vedere i nostri spettacoli a visitare il paese, nelle fattorie e a contatto con la natura, con il teatro a far da collante».
Come sono i rapporti con le istituzioni locali?
«Mi pare che ci sia un interesse rinnovato, ma è sempre poco. Serve un cambio di mentalità, sia da parte delle istituzioni, che da parte degli operatori dello spettacolo: troppo spesso si pensa a fare spettacoli che portino pubblico e facciano incassi, senza puntare sulla qualità e sulla formazione del pubblico. Noi abbiamo fatto una scelta diversa, puntiamo sul legame tra territorio e teatro, interessando bambini, ma anche adulti, alle bellezze e alle tradizioni del luogo. Purtroppo ci sono lacune e cecità: noi non abbiamo sovvenzioni di nessun tipo, andiamo avanti con le nostre gambe, con progetti seri e pensati».
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