Perché si fa beneficenza? Ce lo spiega Eduardo De Filippo
Martedì, mercoledì e giovedì sera per la stagione comunale va in scena "Io, l'erede", commedia del grande commediografo partenopeo
Ma davvero dietro la beneficenza c’è sempre l’atto disinteressato di un cuore nobile? E’ una domanda scomoda quella che ci pone Eduardo De Filippo nella commedia Io, l’erede, che andrà in scena stasera all’Apollonio sotto la regia di Andrée Ruth Shammah. Al centro di tutto, una vicenda paradossale, una trama quasi "pirandelliana": dopo trentasette anni vissuti a spese dei benefattori della famiglia Selciano, Prospero Ribera lascia questa terra. Ma a breve compare il figlio Ludovico, che in qualità di erede del Ribera reclama un posto di "beneficato" in casa Selciano…
Scritta nel 1942 dal grande Eduardo De Filippo, la commedia ebbe vita difficile, sia perché il pubblico non riusciva ad accettarne l’anima polemica e tagliente, in un clima perbenista, sia per screzi con il fratello Peppino, che non credeva nell’opera. Il testo, in origine in napoletano, fu poi tradotto nel 1968 in "lingua italiana" dall’autore, che così commentava: «se lo faccio in italiano forse diventa più astratto e gli spettatori si sentono meno colpiti perché s’identificano meno con quei personaggi mostruosi».
«Prima di tutto io vorrei dire che questo è un testo-rivelazione. Uno lo legge e dice: com’è bello – scrive la regista, Andrée Ruth Shammah, nelle note di regia – Non sa ancora quanto arriverà ad esserlo una volta messo in scena, ma sente subito che è un grande testo e avverte la necessità di andare a capire perché ha avuto una vita tanto travagliata. Lo stesso Eduardo accredita la storia dei dissapori con Peppino che lo recitava malvolentieri. In realtà si capisce che la ragione sta nella sua grandezza: era un testo molto in anticipo sui tempi per la lucidità del giudizio su una certa società e per la cattiveria/violenza che contiene».
La versione in scena stasera vuole andare oltre un certo "eduardismo" che a lungo ha confinato le opere di De Filippo nel teatro dialettale, per interpretare la commedia come un vero e proprio classico novecentesco. Infine, una sorpresa divertente: zia Dorotea, il classico "donnone" di carattere che domina la famiglia e tiene le redini della casa, è in realtà interpretata da un uomo, Leopoldo Mastelloni. Anche qui, si tratta di una scelta ben precisa della regia: «Mi è sembrato giusto che fosse un uomo ad interpretarla – continua Shammah – e allora, con un attore come Mastelloni, è divertente andare a scoprire tutto un repertorio di battute delle varie donne-dominanti, donne-maschio che occupano il ruolo del padrone di casa».
Io, l’erede
Teatro Apollonio Rossi d’Angera – piazza Repubblica
di Eduardo De Filippo
martedì 30, mercoledì 31 gennaio, giovedì 1 febbraio
Prezzi interi: platea 25 euro, galleria 1 20 euro, galleria 2 15 euro
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