8 marzo: essere donne in Afghanistan

La testimonianza di Laura Morisio, volontaria in Afghanistan a favore delle donne

In occasione dell’8 marzo, la testimonianza dal campo della responsabile Cesvi  in Afghanistan, impegnata in un progetto rivolto alle donne e i loro diritti. Il racconto di una donna in un paese difficile e della condizione delle donne afghane che ha incontrato e che ora grazie al progetto hanno acquisito nuova sicurezza dei loro diritti.  

Sono una donna anch’io. Ma parliamoci chiaro, sono sempre stata una di quelle che non comprendeva la necessità di ricordarsi solo un giorno all’anno il significato di essere donna. Una di quelle che insomma, si sapeva donna, ma che non attribuiva a questa sua condizione nessuna particolarità.

Poi capita che un giorno mi ritrovo in Afghanistan. E allora la prospettiva cambia. Viene rivoluzionata, stravolta. E da quando sono qui, che ho iniziato a rendermi conto di cosa significa essere donna, soprattutto in Afghanistan.

Significa dover negare la propria femminilità all’esterno. Doversi chiudere in casa entro una certa ora del giorno. Doversi dedicare solo ed esclusivamente alla famiglia. Essere donna in Afghanistan significa ancora vedersi negare i fondamentali diritti umani. Significa ancora non essere parte attiva nella propria vita e nella società. Almeno per la maggior parte.  

Parlare di donne in Afghanistan, oggi 8 marzo, festa internazionale della donna, significa parlare non solo di quelle donne che ancora lasciano un burka coprire i segni della propria femminilitá, ma parlare anche e soprattutto, di quelle donne che hanno avuto il coraggio e la forza di ribellarsi a questa realtà, di quelle donne che ogni giorno si battono per vedere rispettati i loro diritti, di donna, di essere umano.

Penso alle donne che ho conosciuto durante questo anno passato in Afghanistan con il Cesvi dove stiamo sviluppando anche un progetto rivolto a loro. Le donne conosciute nelle aree rurali, lontano dalle grandi città: volti, sorrisi, sguardi, donne come tante, che quando hanno iniziato a lavorare con noi, rifiutavano di sedersi nella stessa stanza con gli uomini per discutere dei problemi della loro comunità, si coprivano immediatamente il volto se un uomo si affacciava alla porta. Donne che bisbigliavano tra loro commenti sui colori vivaci dei miei vestiti.  

Ad un anno di distanza incontro le stesse donne ad una riunione del comitato di villaggio. Tanti foulard, molti meno burka. Poi prende la parola Mobina, 38 anni, mobilizzatrice comunitaria. E’un vulcano in eruzione. La guardo sbalordita. Me la ricordo timida, riservata, sospettosa.

Mobina ha acquisito maggiore consapevolezza su cosa significhi essere donna. Sui diritti che ogni donna dovrebbe avere, in quanto essere umano. Oggi si siede nella stessa stanza in cui sono seduti degli uomini, parla e scherza con loro. Si muove da un villaggio all’altro, suo marito é d’accordo. All’inizio era impossibile anche solo chiederglielo, quasi terrorizzata. Oggi invece é lei stessa che prende l’iniziativa, dà suggerimenti su come coinvolgere il maggior numero di donne, sugli argomenti da trattare.

Allo stesso tempo, Mobina continua ad essere una donna, afghana. 

Non abbiamo portato la rivoluzione tra le donne. Non era questo l’obiettivo. Abbiamo dato loro maggiore consapevolezza dei diritti e delle opportunità: abbiamo dato loro una alternativa, a chi ha potuto ascoltarci. Ma ci sono ancora molte donne alle quali é negata la possibilità anche solo di ascoltare. Credo che sia su questo che dobbiamo lavorare.

Questo 8 marzo é per tutte coloro che non hanno nemmeno potuto ascoltare.

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Pubblicato il 08 Marzo 2007
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